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Referendum, Caselli: “Riforma pessima, vogliono toghe innocue e per questo le attaccano”

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L’ex procuratore antimafia: “Delegittimano la magistratura perché se ne stia in un angolo e non disturbi certi interessi”
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Procuratore Gian Carlo Caselli, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia ha parlato dei magistrati come di un “plotone di esecuzione”. Una definizione pesantissima. Lei che per decenni ha indagato mafia e terrorismo come si sente a essere dipinto come un boia?

«Mi sento come qualunque persona di buon senso che consideri inaccettabili non soltanto quelle parole, ma soprattutto il fatto che chi le ha pronunziate occupi ancora il suo posto».

Non teme che questo tipo di linguaggio contribuisca a delegittimare l’intero ordine giudiziario proprio mentre si discute di riforme che ridisegnano il ruolo dei magistrati?

«Più che temere, sono proprio convinto che si voglia delegittimare la magistratura perché se ne stia buona buona in un angolo e non disturbi certi interessi».

Nel dibattito sulla riforma della giustizia si parla spesso di “limitare il potere delle toghe”. Dal suo osservatorio, è davvero questo il problema principale della giustizia italiana oppure è un modo per spo…

Procuratore Gian Carlo Caselli, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia ha parlato dei magistrati come di un “plotone di esecuzione”. Una definizione pesantissima. Lei che per decenni ha indagato mafia e terrorismo come si sente a essere dipinto come un boia?

«Mi sento come qualunque persona di buon senso che consideri inaccettabili non soltanto quelle parole, ma soprattutto il fatto che chi le ha pronunziate occupi ancora il suo posto».

Non teme che questo tipo di linguaggio contribuisca a delegittimare l’intero ordine giudiziario proprio mentre si discute di riforme che ridisegnano il ruolo dei magistrati?

«Più che temere, sono proprio convinto che si voglia delegittimare la magistratura perché se ne stia buona buona in un angolo e non disturbi certi interessi».

Nel dibattito sulla riforma della giustizia si parla spesso di “limitare il potere delle toghe”. Dal suo osservatorio, è davvero questo il problema principale della giustizia italiana oppure è un modo per spostare il discorso lontano da altri nodi più scomodi?

«La nostra giustizia purtroppo non funziona. L’interminabile vergognosa durata dei processi la trasforma in “denegata” giustizia. Di più: spesso si deve registrare una “inefficienza efficiente”, cioè una giustizia che proprio non funzionando tutela certi interessi refrattari a ogni controllo di legalità».

I sostenitori del referendum sostengono che la separazione delle carriere serve a rendere il giudice più chiaramente terzo rispetto all’accusa. Secondo lei questa riforma rafforza davvero l’imparzialità del processo oppure rischia di cambiare l’equilibrio della magistratura disegnato dalla Costituzione?

«Separando le carriere i pm diventerebbero un corpo autonomo, dotato di un proprio Csm. Un gruppo ristretto e impermeabile altamente specializzato, investito di un potere enorme: decidere chi indagare, quando farlo e con quali priorità. Una corporazione chiusa in se stessa, sganciata dall’ambito della cultura della giurisdizione, di veri e propri avvocati della polizia (con in più il potere di dirigere la stessa polizia giudiziaria), portati inevitabilmente a ignorare sempre più i diritti di garanzia e trasformarsi in un vero e proprio potere dello Stato».

Qual è la sua preoccupazione?

«Un potere così vasto esercitato senza contrappesi efficaci non può restare a lungo privo di controllo. Ed è qui che si profila lo sbocco praticamente inevitabile di una progressiva sottoposizione del pm all’esecutivo, quindi alla politica. Questa è la realtà, senza fare processi alle intenzioni del governo Meloni, che con la sua riforma formalmente non tocca gli articoli della Costituzione che assicurano autonomia e indipendenza del pm. Ed è una realtà già prevista. In un antico progetto politico di marca spiccatamente reazionaria e autoritaria, che ha avuto in Licio Gelli un sostenitore convinto».

Alcuni partiti della maggioranza hanno sostenuto con forza queste modifiche alla giustizia dopo anni di scontri con le procure. È inevitabile che una parte dell’opinione pubblica legga questa riforma anche come una risposta politica alle inchieste giudiziarie?

«La mia opinione è che si tratti non soltanto di una risposta ma di una tecnica con un retroterra vendicativo, finalizzato a soffocare nelle polemiche ogni prospettiva di “troppa” indipendenza della magistratura».

Nel confronto tra politica e magistratura sembra esserci sempre più spesso una logica da tifoseria. Quanto è pericoloso per le istituzioni trasformare un tema delicato come la giustizia in uno scontro permanente?

«Preferire gli interventi di pancia a quelli ragionati è sempre pericoloso. Figuriamoci quando si tratta di istituzioni».

Le mafie non sparano quasi più, ma investono, riciclano e si infiltrano nell’economia legale. Dal suo punto di vista, il dibattito sulle riforme della giustizia sta tenendo davvero conto di questa trasformazione della criminalità organizzata?

«È un limite di sempre che tutt’ora persiste quello di considerare la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico. Se spara se ne parla, altrimenti no. Dimenticando che si tratta di un vero e proprio sistema di potere che funziona anche quando è sommerso, cioè quando non vuole apparire per poter fare al meglio i suoi affari criminali. Un sistema del quale occorre pertanto occuparsi con continuità».

Nel racconto pubblico spesso si contrappone il garantismo alla lotta alla corruzione. Ma queste due esigenze sono davvero incompatibili oppure la politica le usa come slogan contrapposti?

«Che nel contrasto investigativo-giudiziario della corruzione non si rispettino o si rispettino meno le regole mi sembra una favola messa in giro a uso e consumo proprio dei corrotti…»

In questi anni molti cittadini hanno perso fiducia nella giustizia soprattutto per la lentezza dei processi. Secondo lei le riforme in discussione affrontano davvero questo problema concreto oppure lo sfiorano soltanto?

«È un dato di fatto inoppugnabile che la riforma sulla separazione delle carriere fra pm e giudici non migliora per niente né la qualità né l’efficienza della giustizia. Lo sfascio resta tal quale. In particolare, i tempi processuali non si ridurranno. Per contro si apre la strada a squilibri istituzionali profondi e potenzialmente irreversibili. Si mette in discussione l’indipendenza della magistratura, uno dei pilastri della nostra Costituzione, in nome di una riforma che non prospetta nessun miglioramento per i cittadini».

Se oggi potesse rivolgere una domanda diretta alla maggioranza che sostiene questa riforma, quale sarebbe: quale interesse generale dei cittadini pensate di difendere con queste modifiche alla giustizia?

«La domanda potrebbe essere: ma quando finirà questa presa per i fondelli di presentare le riforme come un toccasana per l’interesse dei cittadini, mentre quasi sempre si tratta più che altro di inefficaci norme manifesto, oppure pensate nell’interesse di qualche cordata vicina a chi le fa?»

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