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Referendum, la riforma è un farmaco che non cura

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Sarebbe un errore prescindere dai contenuti della legge e votare a favore o contro il governo oppure a favore o contro la magistratura
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Domenica e lunedì ci sarà chiesto se vogliamo confermare o meno una legge che modifica sette articoli della Costituzione ridisegnando per la prima volta dal 1948 l’assetto del governo autonomo della magistratura e, quindi, il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato.

Sarebbe un errore prescindere dai contenuti della legge e votare a favore o contro il governo, che ha proposto la riforma, oppure a favore o contro la magistratura. In gioco c’è molto di più del contingente: c’è la modifica della nostra legge fondamentale e un inedito riassetto istituzionale, destinato a durare nel tempo. Se non si guarda ai contenuti, e si va al seggio con la testa confusa dagli slogan, i sette articoli citati nella scheda elettorale non diranno nulla.

Ecco i contenuti:

a) sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri (pm), i cui percorsi di carriera (accesso, valutazioni professionali, nomine, ecc.) vengono così distinti;

b) isti…

Domenica e lunedì ci sarà chiesto se vogliamo confermare o meno una legge che modifica sette articoli della Costituzione ridisegnando per la prima volta dal 1948 l’assetto del governo autonomo della magistratura e, quindi, il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato.

Sarebbe un errore prescindere dai contenuti della legge e votare a favore o contro il governo, che ha proposto la riforma, oppure a favore o contro la magistratura. In gioco c’è molto di più del contingente: c’è la modifica della nostra legge fondamentale e un inedito riassetto istituzionale, destinato a durare nel tempo. Se non si guarda ai contenuti, e si va al seggio con la testa confusa dagli slogan, i sette articoli citati nella scheda elettorale non diranno nulla.

Ecco i contenuti:

a) sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri (pm), i cui percorsi di carriera (accesso, valutazioni professionali, nomine, ecc.) vengono così distinti;

b) istituzione di una nuova Alta corte disciplinare, unica per giudici e pm, che assume funzioni oggi proprie del Csm e può infliggere sanzioni anche gravi, come la radiazione;

c) sorteggio come metodo per individuare i componenti togati e i laici del Parlamento nel Csm e nell’Alta corte: un sorteggio però asimmetrico perché previsto all’interno di una rosa ristretta, formata dal Parlamento previa elezione, soltanto per i laici (professori di diritto e avvocati).

I valori implicati nella riforma sono essenzialmente due: il desiderabile grado di indipendenza della magistratura dalla politica; la figura del pubblico ministero che vogliamo: organo di giustizia che, come oggi, sostiene l’accusa solo se ce ne sono le condizioni, oppure parte come il difensore e quindi avvocato dell’accusa.

In tutte le democrazie, il Csm è l’organo che assicura l’indipendenza della magistratura dal governo. L’indipendenza è necessaria per lo Stato di diritto e per l’effettiva uguaglianza davanti alla legge. I nostri costituenti pensarono a un Csm formato in maggioranza da magistrati eletti dai loro pari. Ora la riforma, sostituendo l’elezione col sorteggio, introduce un unicum nel panorama europeo. E va contro alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e della Commissione europea secondo cui i Csm dovrebbero essere composti da magistrati eletti. Un solido Stato di diritto, nella visione europea, vuole che il governo autonomo di un potere indipendente come quello giudiziario sia guidato a maggioranza da rappresentanti (“representatives”) scelti dai magistrati, non estratti a sorte secondo la logica “uno vale uno”.

Il sorteggio è presentato dai sostenitori della riforma come la medicina per curare la degenerazione del correntismo. Ma, a mio parere, è un farmaco che, ammesso che sia in grado di curare quel male, porta con sé quale effetto collaterale un indebolimento del Csm: diviso in due, senza rappresentanti eletti dai magistrati e privato del potere disciplinare, trasferito alla nuova Alta corte che non sarebbe presieduta dal presidente della Repubblica e nella quale la proporzione dei magistrati, rispetto ai laici, diminuirebbe. Il rischio di osservazioni critiche da parte degli organismi europei è concreto, così come quello per la reputazione internazionale di un Paese che non si fida dei suoi magistrati e li estrae a sorte in un organo di rilievo costituzionale.

Quanto al secondo valore in gioco, l’istituzione di un Csm di pm, che si nominano e valutano tra di loro, darebbe vita a un nuovo potere giudiziario. È vero che la carriera unitaria di giudici e pm è quasi un unicum, ma è anche vero che nei Paesi in cui le carriere sono separate i pm finiscono per essere attratti sotto il governo. Nel lungo periodo, il rischio di una mutazione genetica e culturale dei pm, trasformati in avvocati dell’accusa o della polizia, è concreto.

Su questo occorre riflettere, nel silenzio della cabina elettorale, facendo consapevolmente la scelta che si ritenga più opportuna, alla luce del testo e del contesto, nazionale e internazionale.

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