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Via da Erbil quattro elicotteri. Iraq, l’ambasciata smobilita

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L’esercito procede con il trasferimento del nostro personale dalla regione irachena e dalla capitale. Ma non si tratta di una ritirata
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Sono decollati in una pausa degli attacchi, sorvolando gli hangar che da quindici giorni vengono presi di mira da droni e missili. I quattro elicotteri NH90 dell’esercito hanno lasciato la base di Erbil troppo esposta alla rappresaglia delle milizie sciite filoiraniane e sono arrivati in Turchia. Dopo l’ordigno che la scorsa settimana ha devastato la mensa del contingente, la presenza nel capoluogo del Kurdistan iracheno è stata ridotta al minimo. Lo stesso trasferimento di personale e mezzi è in corso dall’aeroporto kuwaitiano Ali Al Salem, dove domenica è stato distrutto un drone Reaper. Ne rimangono altri due, più difficili da portare via, mentre la coppia di caccia Eurofighter è in grado di affrontare da sola ogni minaccia. Pure a Baghdad si prepara il rientro dei circa quaranta carabinieri che si occupano di addestrare la polizia locale. La situazione nella capitale sta precipitando e in queste ore viene predisposta anche la chiusura della nostra ambasciata: quella americana è st…

Sono decollati in una pausa degli attacchi, sorvolando gli hangar che da quindici giorni vengono presi di mira da droni e missili. I quattro elicotteri NH90 dell’esercito hanno lasciato la base di Erbil troppo esposta alla rappresaglia delle milizie sciite filoiraniane e sono arrivati in Turchia. Dopo l’ordigno che la scorsa settimana ha devastato la mensa del contingente, la presenza nel capoluogo del Kurdistan iracheno è stata ridotta al minimo. Lo stesso trasferimento di personale e mezzi è in corso dall’aeroporto kuwaitiano Ali Al Salem, dove domenica è stato distrutto un drone Reaper. Ne rimangono altri due, più difficili da portare via, mentre la coppia di caccia Eurofighter è in grado di affrontare da sola ogni minaccia. Pure a Baghdad si prepara il rientro dei circa quaranta carabinieri che si occupano di addestrare la polizia locale. La situazione nella capitale sta precipitando e in queste ore viene predisposta anche la chiusura della nostra ambasciata: quella americana è stata centrata con precisione da un drone, che ha messo fuori uso il sistema di difesa contraerea.

Insomma, dopo sedici giorni si comincia a tirare un sospiro di sollievo sulla sicurezza della missione impegnata dal 2014 a contribuire alla lotta contro l’Isis con voli di ricognizione e istruzione delle truppe curde ed irachene. Di oltre settecento donne e uomini in divisa attualmente nella zona calda ne rimangono poco più di un centinaio. Non si tratta di una ritirata: le operazioni riprenderanno appena sarà possibile.

Adesso però c’è un fronte che sta diventando molto più preoccupante: il Libano meridionale, dove Israele ha scatenato un’offensiva terrestre contro Hezbollah e si combatte a ridosso delle postazioni delle Nazioni Unite. Tutta la fascia sud del fiume Litani è un campo di battaglia. I caschi blu sono letteralmente in mezzo a un tiro incrociato: ieri gli israeliani hanno intercettato una raffica di razzi e una pioggia di frammenti è piovuta sulla base italiana di Shama. Un soldato è stato medicato agli occhi ma non ha ferite. Il giorno prima una cannonata è arrivata a cinque metri dai militari delle Nazioni Unite; in altri due casi gli hanno sparato contro da cento metri di distanza: impossibile che non avessero identificato i simboli dell’Onu.

Gli italiani lì sono quasi 1300. Si tratta soprattutto di soldati della Sassari, gli stessi che si sono trovati faccia a faccia con gli israeliani durante l’offensiva dell’autunno 2024. In quei due mesi ci sono stati momenti di altissima tensione. I tank dello Stato ebraico hanno colpito persino il quartiere generale di Naqura. “Radio Fante” racconta di vere provocazioni compiute contro la Sassari, che ha reagito a testa alta senza cedere terreno.

Rispetto ad allora, oggi abbiamo più militari e più responsabilità perché il comando dell’intera missione è affidato all’Italia, sotto la guida del generale Diodato Abagnara, un bersagliere con una lunga esperienza di Libano. La loro attività principale è assistere la popolazione, travolta da bombardamenti e sparatorie ravvicinate. Pochi giorni fa hanno scortato gli abitanti di un villaggio cristiano maronita: i blindati Lince hanno protetto la colonna di auto che si è diretta verso la capitale. Domenica hanno consegnato tre camion di aiuti a un’organizzazione umanitaria che ha accolto 13 mila sfollati nella città di Tiro. «Il mandato stabilito dal Palazzo di Vetro impone la neutralità: i caschi blu si devono limitare a segnalare tutte le infrazioni del cessate il fuoco, collaborando con l’esercito libanese. Possono usare le armi solo per autodifesa», spiega il generale Maurizio Fioravanti, ex comandante della Folgore e di tutte le forze speciali, che ha operato in Libano. Sono testimoni di quello che accade, per questo sgraditi sia alle milizie filoiraniane, sia alle forze israeliane.

Dopo l’iniziativa di Hezbollah di aprire le ostilità contro Israele, la comunità sciita appare spaccata e c’è il timore che la situazione possa degenerare in tutto il Paese dei Cedri, riaprendo le ferite della guerra civile. «Per questo la missione non va chiusa, anzi è opportuno prolungarla di almeno altri due anni. C’è bisogno di una scelta di grande politica per tutelare Unifil, attivando una consultazione tra Italia, Spagna e Francia che sono i maggiori contribuenti europei come previsto dalla risoluzione 1701», sottolinea il generale Fioravanti: «Non bisogna dimenticare che si tratta di un’iniziativa di pace del nostro Paese, che difende la popolazione e anche l’interesse nazionale nelle sempre più intense relazioni con il Libano».

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