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Altre truppe italiane ritirate. Meloni in difficoltà per gli strappi di Trump

Giorgia Meloni (reuters)

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La premier frena sul conflitto e ha paura di un calo nei consensi. Crosetto: “Per Hormuz auspichiamo una missione con l’Onu”
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ROMA – Erano rimasti in 41. Ma ieri pomeriggio un altro gruppetto di militari italiani presenti nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, ha iniziato le procedure per lasciare il Paese. Restano quindi poco più di venti soldati, il minimo per non chiudere l’avamposto. La notte precedente, attraverso l’azione discreta dell’intelligence, altro personale dell’esercito è stato evacuato da Baghdad, raggiungendo prima il Kurdistan e poi la Turchia, per volare infine in Italia. E anche da Erbil, ha annunciato Guido Crosetto, un’altra mini-pattuglia lascerà in queste ore il teatro iracheno, esposto alle ritorsioni dell’Iran. Mentre per adesso non chiuderà l’ambasciata. Continua così, giorno dopo giorno, la «rimodulazione prudenziale» decisa da Palazzo Chigi e messa in atto dal ministero della Difesa. Un altro segnale che la guerra di Trump — l’amico “Donald”, quello su cui Giorgia Meloni ha investito politicamente per un anno, presentandosi addirittura all’Inauguration day — non piace a Roma e im…

ROMA – Erano rimasti in 41. Ma ieri pomeriggio un altro gruppetto di militari italiani presenti nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, ha iniziato le procedure per lasciare il Paese. Restano quindi poco più di venti soldati, il minimo per non chiudere l’avamposto. La notte precedente, attraverso l’azione discreta dell’intelligence, altro personale dell’esercito è stato evacuato da Baghdad, raggiungendo prima il Kurdistan e poi la Turchia, per volare infine in Italia. E anche da Erbil, ha annunciato Guido Crosetto, un’altra mini-pattuglia lascerà in queste ore il teatro iracheno, esposto alle ritorsioni dell’Iran. Mentre per adesso non chiuderà l’ambasciata. Continua così, giorno dopo giorno, la «rimodulazione prudenziale» decisa da Palazzo Chigi e messa in atto dal ministero della Difesa. Un altro segnale che la guerra di Trump — l’amico “Donald”, quello su cui Giorgia Meloni ha investito politicamente per un anno, presentandosi addirittura all’Inauguration day — non piace a Roma e imbarazza l’esecutivo.

Sia chiaro, nessuna sconfessione esplicita, non una parola di sfida diretta contro il leader repubblicano. Semmai, un lento e obbligato distacco di necessità, in nome di un europeismo emergenziale. L’unica strada percorribile. Nasce in questo contesto la decisione della premier di firmare la dichiarazione del G7 con gli altri big Ue, senza Washington. E il rifiuto di partecipare a una spedizione per Hormuz, invocata da Trump. Una posizione ribadita da Crosetto: «I Paesi hanno detto no a una missione che poteva sembrare un ingresso in guerra, mentre ne auspichiamo una multilaterale. Magari le Nazioni Unite si mettessero alla testa di questa cosa».

E d’altra parte, gli strappi di Trump continuano a mettere in difficoltà l’esecutivo. Basta pensare alla presenza italiana nel Golfo, alle basi esposte alle ritorsioni di Teheran. Nelle ultime ore a Palazzo Chigi si è ragionato a lungo delle strategie per mettere in sicurezza quegli avamposti, sigillando ambasciate, rimpatriando militari, documenti riservati, tecnologie: un ripiegamento che il blitz di Washington ha reso complesso e rischioso. Nel frattempo, l’azione diplomatica di Meloni e Tajani prova a limitare i danni, schivando i rischi. E si concentra sugli alleati — Kuwait, Emirati, Qatar — con cui sono stati stretti accordi energetici e commesse irrinunciabili.

Dire no alla guerra è e resta una necessità politica: in Italia chi sostiene l’offensiva americana e israeliana perde consenso, per di più a pochissimi giorni da un referendum costituzionale delicatissimo. Ciononostante, Meloni evita comunque il frontale polemico e si concentra piuttosto su messaggi che invocano diplomazia. «Stiamo vivendo una evidente crisi del diritto internazionale, con decisioni unilaterali che si moltiplicano e istituzioni sempre meno efficaci». E ancora: «L’Italia non partecipa a questo attacco nei confronti dell’Iran e non intende partecipare. Il nostro lavoro è favorire una de-escalation». Infine: «Se chiedi a qualcuno di farsi carico della tua sicurezza, non lo fa gratis. Per anni abbiamo accettato di dipendere dagli Usa per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per le materie prime».

Di certo, tutti al vertice dell’esecutivo considerano quantomeno avventata l’offensiva americana. Report dell’intelligence hanno descritto nelle ultime ore la difficoltà americana di degradare in modo efficace le capacità offensive del regime iraniano. La produzione bellica continua a pieno regime in rifugi sotterranei profondissimi. La domanda che si rincorre, a Roma come in Europa, è questa: davvero Washington non poteva prevederlo? La risposta è scontata. E scivolosa per chi, come la premier, aveva messo la faccia sulle capacità di “dealer” del tycoon.

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