«Andare con una squadra di navi militari nel Golfo Persico è stata una novità assoluta di impegno reale delle nostre forze armate. Nessuno ci faceva la guerra, ma la guerra c’era. Era una situazione caldissima e abbiamo operato in mezzo al conflitto tra Iran e Iraq. Ma era molto meno calda di quella attuale». Correva l’anno 1987: le petroliere dirette a Hormuz finivano sotto il tiro incrociato dei belligeranti. Anche il mercantile Jolly Rubino venne colpito dai pasdaran e il capitano ferito gravemente. Allora il governo Goria decise di mandare una flotta: al comando c’era Angelo Mariani, poi capo di Stato maggiore della Marina. A 91 anni l’ammiraglio ricorda tutto di quei giorni di fuoco: «Abbiamo avuto una settimana per prepararci a salpare. Avevamo tre fregate Maestrale, tre cacciamine Lerici e un’unità logistica: erano le più moderne e si sono fatte valere. Ma è stata straordinaria la risposta degli equipaggi, quasi mille uomini».
Voi scortavate le navi italiane attraverso un …
«Andare con una squadra di navi militari nel Golfo Persico è stata una novità assoluta di impegno reale delle nostre forze armate. Nessuno ci faceva la guerra, ma la guerra c’era. Era una situazione caldissima e abbiamo operato in mezzo al conflitto tra Iran e Iraq. Ma era molto meno calda di quella attuale». Correva l’anno 1987: le petroliere dirette a Hormuz finivano sotto il tiro incrociato dei belligeranti. Anche il mercantile Jolly Rubino venne colpito dai pasdaran e il capitano ferito gravemente. Allora il governo Goria decise di mandare una flotta: al comando c’era Angelo Mariani, poi capo di Stato maggiore della Marina. A 91 anni l’ammiraglio ricorda tutto di quei giorni di fuoco: «Abbiamo avuto una settimana per prepararci a salpare. Avevamo tre fregate Maestrale, tre cacciamine Lerici e un’unità logistica: erano le più moderne e si sono fatte valere. Ma è stata straordinaria la risposta degli equipaggi, quasi mille uomini».
Voi scortavate le navi italiane attraverso un mare di guerra, quanto è stato difficile?
«All’inizio la tensione era altissima. Non restavamo accanto alle petroliere; presidiavamo la loro rotta e ogni tanto ci avvicinavamo perché fosse chiaro che eravamo pronti ad intervenire. Prima che i mercantili entrassero nel Golfo li controllavamo per accertare che non trasportassero materiali bellici: il governo aveva detto a iracheni e iraniani che potevano ispezionarle in presenza dei nostri militari. Ma non l’hanno mai fatto: si sono fidati e non ci sono stati problemi».
Quali sono state le minacce maggiori?
«Ogni volta che vedevamo un’imbarcazione avvicinarsi eravamo in allarme. Bisognava capire se era un panfilo di magnati arabi o una vedetta che voleva attaccarci. Il rischio di compiere errori era notevole».
Il clima era incandescente. I missili iracheni hanno centrato per errore un cacciatorpediniere Usa uccidendo 37 marinai. E gli americani hanno abbattuto un volo di linea iraniano, ammazzando 290 civili. Ma il pericolo maggiore erano le mine sparse nel mare...
«Sì, tra marzo e aprile del 1988 c’è stata una questione piuttosto seria: abbiamo individuato un’area del Golfo che era stata minata. Abbiamo usato i nostri cacciamine, i primi costruiti in vetroresina per non innescare gli ordigni che scoppiano quando avvertono la massa metallica dei bastimenti».
Eliminare le mine è un’attività complessa, che viene eseguita a bassissima velocità. Non c’era il rischio di esporsi agli attacchi?
«Il cacciamine per sua natura è una preda, un bersaglio facile. Per questo c’era sempre almeno una fregata di copertura con cannoni e missili. In quell’occasione poi abbiamo collaborato con le unità di sminamento francesi e britanniche».
Il presidente Ronald Reagan aveva chiesto due volte all’Italia di intervenire al fianco degli Usa per pattugliare Hormuz. Ma il governo aveva detto no. Poi è salpata la vostra missione: che forma di coordinamento c’era con le altre marine della Nato?
«Nessuna. Era un’operazione italiana per proteggere i nostri mercantili. Di volta in volta per situazione specifiche c’erano contatti informali con le altre navi occidentali, soprattutto europee: la presenza di tante marine dava una garanzia generale».
I marinai erano in gran parte ragazzi di leva. Non avevano paura?
«Abbiamo tenuto presente i timori delle famiglie: chi non se la sentiva poteva restare in Italia. Solo una parte ha scelto di partire. Un po’ per scoprire il mondo: 40 anni fa il Golfo era lontanissimo e sconosciuto. Molti di quei ragazzi però sentivano che avrebbero fatto qualcosa di importante. Ne ricordo uno che mi ha detto: “Io voglio vedere, voglio sapere”».
Oggi ritiene che sia possibile la stessa operazione a Hormuz?
«Ci sono minacce più insidiose come i droni e non so se la nostra presenza verrebbe considerata neutrale come allora. Se c’è la necessità, la Marina farà il suo dovere: è il nostro mestiere».