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Scontro alla Biennale. Giuli diserta l’evento al padiglione italiano

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Il ministro non sarà oggi a Venezia e manda il vice capo di gabinetto. Gelo con il direttore Buttafuoco dopo l’apertura ai russi
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ROMA – Il ministro della Cultura Alessandro Giuli oggi non sarà a Venezia per l’inaugurazione del padiglione centrale della Biennale ristrutturato con i soldi stanziati dal suo dicastero grazie al Pnrr. Nessun impegno parallelo, nemmeno il tentativo di una scusa che dissimuli la realtà dei fatti: finché la fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco continuerà ad appoggiare la riapertura del padiglione russo, per il Collegio romano non ci sarà confronto. E così, a tagliare il nastro il Mic manda un funzionario, nemmeno di primissima linea: il vice capo di gabinetto Valerio Sarcon.

Un esito previsto, eppure annunciato solo la sera della vigilia. Sgarbo nello sgarbo. Del resto già nel pomeriggio, ieri, si capiva quale sarebbe stato il finale: il gelo del ministro sull’affaire Biennale è tale che unicamente la sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha commentato il pur modesto incendio del padiglione serbo («Conseguenze irrilevanti»).

Inutile dirlo, la mediazione tentata dal presidente del Se…

ROMA – Il ministro della Cultura Alessandro Giuli oggi non sarà a Venezia per l’inaugurazione del padiglione centrale della Biennale ristrutturato con i soldi stanziati dal suo dicastero grazie al Pnrr. Nessun impegno parallelo, nemmeno il tentativo di una scusa che dissimuli la realtà dei fatti: finché la fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco continuerà ad appoggiare la riapertura del padiglione russo, per il Collegio romano non ci sarà confronto. E così, a tagliare il nastro il Mic manda un funzionario, nemmeno di primissima linea: il vice capo di gabinetto Valerio Sarcon.

Un esito previsto, eppure annunciato solo la sera della vigilia. Sgarbo nello sgarbo. Del resto già nel pomeriggio, ieri, si capiva quale sarebbe stato il finale: il gelo del ministro sull’affaire Biennale è tale che unicamente la sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha commentato il pur modesto incendio del padiglione serbo («Conseguenze irrilevanti»).

Inutile dirlo, la mediazione tentata dal presidente del Senato Ignazio La Russa, di cui ha scritto ieri Repubblica, non è stata risolutiva. Il peso massimo meloniano, martedì, ha provato senza successo a fare da ponte tra il presidente della Biennale e il ministro della Cultura, ma le posizioni sono troppo distanti. Buttafuoco non ha intenzione di fare retromarcia sulla presenza della Russia. Giuli – forte dell’appoggio di Palazzo Chigi, in particolare del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – non ha intenzione di soprassedere e dare la propria benedizione.

Anche il braccio di ferro sulle carte è destinato a proseguire. Dai vertici del governo è arrivata l’indicazione di non alimentare lo scontro nella settimana del referendum. Il Mic continua a vagliare i documenti sull’organizzazione del padiglione russo per valutarne la compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore. Quale che sia l’esito, il Collegio romano non renderà pubbliche le sue conclusioni prima della settimana prossima. Di certo Giuli non ha intenzione di mollare la presa. Se la via non dovesse essere quella del cavillo legislativo, il muro sarà politico: l’evento disertato oggi è solo il primo. Il piatto forte sarà l’inaugurazione del 9 maggio.

Alle 12, nei famosi giardini della fondazione veneziana, al fianco del presidente Buttafuoco, ci saranno il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il presidente della regione Veneto Alberto Stefani, entrambi membri del cda della fondazione. Il governatore leghista ha deciso di esserci solo ieri sera, dopo ore di esitazione. Troppo vistosa un’assenza, tanto più per un esponente del partito di Matteo Salvini, il più entusiasta dell’accoglienza offerta agli artisti russi. Eppure, nel pomeriggio Stefani si era risolto a mandare il vice. Agenda troppo affollata, sarebbe stata la motivazione ufficiale: la registrazione di un’intervista per una rete locale e una cerimonia con le matricole di medicina a Treviso. Con ogni evidenza ragioni piuttosto deboli per giustificare la defezione. Il presidente avrebbe sondato i meloniani in regione per capire se partecipare, intenzionato in un primo momento a tenersi distante da una vicenda ormai radioattiva e tutta interna alla destra.

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