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Referendum, sprint per il no. Centrosinistra unito in piazza: “Stavolta possiamo farcela”

(ansa)

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Opposizione con Cgil e associazioni in piazza a Roma. L’abbraccio tra Schlein e Conte. La leader Pd: “Andremo al governo ma vogliamo essere controllati”
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Niente. Non li scoraggia niente. Non la tramontana che per tutto il giorno spazza le strade di Roma come se la primavera fosse lontana, anziché alle soglie. Non la pioggia che copiosa inizia a cadere quando Maurizio Landini lancia dal palco un insolito appello: «Io penso che possiamo farcela, ma dobbiamo darci ancora da fare: da qui a domenica adottiamo una persona che pensa di votare sì». E nemmeno il consiglio dei ministri convocato in gran fretta a un palmo da qui per provare a rovinare la festa: oscurare la piazza del no che in un freddo pomeriggio di metà settimana si riunisce alle pendici del Pincio per sbarrare il passo a chi vuole sfregiare la Costituzione. Indebolire la magistratura. Minare alle fondamenta la democrazia.

Una risposta, anche, a Giorgia Meloni, che ha preferito chiudere la campagna referendaria nel chiuso di un teatro zeppo di claque e fedelissimi — sola coi suoi Fratelli, senza nemmeno alleati — mentre in questo fazzoletto barocco ornato di striscioni e b…

Niente. Non li scoraggia niente. Non la tramontana che per tutto il giorno spazza le strade di Roma come se la primavera fosse lontana, anziché alle soglie. Non la pioggia che copiosa inizia a cadere quando Maurizio Landini lancia dal palco un insolito appello: «Io penso che possiamo farcela, ma dobbiamo darci ancora da fare: da qui a domenica adottiamo una persona che pensa di votare sì». E nemmeno il consiglio dei ministri convocato in gran fretta a un palmo da qui per provare a rovinare la festa: oscurare la piazza del no che in un freddo pomeriggio di metà settimana si riunisce alle pendici del Pincio per sbarrare il passo a chi vuole sfregiare la Costituzione. Indebolire la magistratura. Minare alle fondamenta la democrazia.

Una risposta, anche, a Giorgia Meloni, che ha preferito chiudere la campagna referendaria nel chiuso di un teatro zeppo di claque e fedelissimi — sola coi suoi Fratelli, senza nemmeno alleati — mentre in questo fazzoletto barocco ornato di striscioni e bandiere il popolo c’è: ancorché in misura ridotta dal calendario e dal meteo avverso. Protagonista della giusta battaglia iniziata dal basso: dalla società civile. E poi lievitata nel lavoro quotidiano di una miriade di associazioni, laiche e cattoliche — dall’Arci alle Acli, passando per Libera e Anpi — in alleanza con la Cgil e i principali partiti della sinistra. Sono insieme i leader, stavolta: uniti come non si erano visti mai. Tutti consapevoli — Giuseppe Conte ed Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli — che ora o mai più: passa dal referendum la strada per tornare il governo. Lo dice per primo il leader del M5S: «Ci andremo, ma diciamo no a questa riforma». Lo ribadisce la segretaria del Pd: «Vinceremo le prossime elezioni ma, a differenza loro che pensano che chi prende un voto in più non debba essere giudicato, noi vogliamo essere controllati perché è così che funziona in democrazia». E pazienza se di centristi nei dintorni non ce n’è manco uno: arriveranno, col tempo.

Volano gli abbracci nel backstage mentre gli interventi di Rosy Bindi, Monica Guerritore e Sonia Bergamasco si alternano ai video di Pif, Maurizio De Giovanni, Marisa Laurito. E se Roberto Gualtieri, circondato da un plotone di sindaci, esorta a «difendere con le unghie e con i denti l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dalla politica», è Conte a scaldare la folla: «Ci vogliono far tornare all’Ancien regime, quando c’era un monarca sovraordinato a tutti i cittadini e non sottoposto alla legge. E invece legge è uguale per tutti, anche per i politici». Però la gente se n’è accorta. «C’è un’inarrestabile avanzata del no», garantisce il verde Bonelli, «perché c’è un’inarrestabile indignazione degli italiani. La presidente del Consiglio si dovrebbe vergognare per quello che ha detto: se vince il no stupratori, pedofili e spacciatori saranno lasciati liberi», urla dal palco. «In qualsiasi altro Paese civile sarebbe stata accompagnata alle dimissioni». Perciò «ora andate e moltiplicatevi», conclude fra le risate il co-leader di Avs, «moltiplicate i no», si corregge. D’accordo con il segretario della Cgil: «La partecipazione cresce, sono ottimista. Se vinceremo», annuncia, «dal giorno dopo saremo noi a fare una serie di proposte per riformare la giustizia».

È Schlein a chiudere la sfilata dei capi-partito. Attacca Meloni e le «sue bugie», per concentrarsi sulla caccia agli indecisi: «Ogni voto può fare la differenza e noi chiediamo alle persone di informarsi, di mobilitarsi. Chiediamo di votare no ad una riforma che non migliora la giustizia per i cittadini, ma indebolisce l’indipendenza dei giudici. Votiamo no per difendere la nostra Costituzione». Eccolo il filo rosso che lega chi si oppone all’ennesima forzatura del governo. «La politica non deve prenderci in giro», incalza Conte, «la separazione delle carriere è già nei fatti. La verità è che è un progetto preciso, quello della politica che non accetta il controllo di legalità. È una riforma truffa». Il perché è chiaro: «Questo è un assalto politico alla Carta sferrato da una destra che non vuole avere limiti», avverte l’altro leader di Avs Fratoianni.

Non c’è più tempo. Sul palco sale Daniele Silvestri e intona il suo ultimo brano. In onore di «una sana e robusta Costituzione».

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