Kirill Savchenkov ha 38 anni, è un artista moscovita. Oggi vive e lavora a Parigi. L’esilio è il prezzo di una scelta politica: nel 2022 si ritirò dal padiglione di Mosca alla Biennale in protesta con l’invasione dell’Ucraina. Come lui fecero la collega Alexandra Sukhareva e il curatore lituano Raimundas Malašauskas. Tanto che l’esposizione saltò. Da allora lo spazio è rimasto chiuso. Trova «eccessivo» definirsi «artista dissidente», eppure in Russia ha sperimentato anche il carcere, dopo aver partecipato ai cortei pro Navalny nel 2021.
Quest’anno il padiglione russo potrebbe riaprire. Cosa ne pensa?
«Mi sembra un uso strumentale della cultura, pensato per creare divisioni politiche e mettere sotto pressione la capacità degli europei di sfidare i regimi autoritari. Sarebbe un modo per normalizzare gli attacchi missilistici ancora in corso contro le città ucraine».
Il presidente Pietrangelo Buttafuoco propone una “Biennale della tregua”.
«Purtroppo una tregua non è possibile senza un c…
Kirill Savchenkov ha 38 anni, è un artista moscovita. Oggi vive e lavora a Parigi. L’esilio è il prezzo di una scelta politica: nel 2022 si ritirò dal padiglione di Mosca alla Biennale in protesta con l’invasione dell’Ucraina. Come lui fecero la collega Alexandra Sukhareva e il curatore lituano Raimundas Malašauskas. Tanto che l’esposizione saltò. Da allora lo spazio è rimasto chiuso. Trova «eccessivo» definirsi «artista dissidente», eppure in Russia ha sperimentato anche il carcere, dopo aver partecipato ai cortei pro Navalny nel 2021.
Quest’anno il padiglione russo potrebbe riaprire. Cosa ne pensa?
«Mi sembra un uso strumentale della cultura, pensato per creare divisioni politiche e mettere sotto pressione la capacità degli europei di sfidare i regimi autoritari. Sarebbe un modo per normalizzare gli attacchi missilistici ancora in corso contro le città ucraine».
Il presidente Pietrangelo Buttafuoco propone una “Biennale della tregua”.
«Purtroppo una tregua non è possibile senza un cessate il fuoco».
Sostiene anche che «dove c’è arte c’è dialettica». Non è così?
«Temo di non poter concordare. Penso che la capacità dialettica e diplomatica dell’arte sia limitata in un tempo di guerre e genocidi».
La posizione della fondazione quindi è sbagliata?
«La Biennale si trova nella posizione ambigua: da una parte porta avanti la tradizione di nobile luogo di scambio, dall’altra è uno spazio dove dittatori e criminali di guerra possono esporre le loro politiche attraverso la cultura».
In che misura i progetti artistici del padiglione russo sono espressione del Cremlino?
«È difficile formulare giudizi definitivi, ma ho l’impressione che la riapertura, in generale, non possa non esserlo. Negli ultimi anni, il controllo governativo sulla cultura in Russia è stato particolarmente rigido: tutto ciò che viene fatto e detto all’interno di istituzioni importanti come la Biennale finisce per essere cooptato dal contesto, indipendentemente da quanto il messaggio possa essere conciliatorio o sovversivo».
Non è dunque più possibile fare arte liberamente a Mosca?
«La Russia ha una lunga tradizione di censura. Oggi ci sono libri con i capitoli cancellati, film montati con il doppiaggio per cambiarne il significato o scene tagliate. Non vivo lì da quattro anni, quindi è difficile dire che tipo di atmosfera ci sia. Da quello che vedo da qui, è più facile lavorare per gli artisti che si adeguano alle linee guida imposte dallo Stato o supportano gli obiettivi politici della Russia».
È una forma di pressione indiretta?
«Non solo. L’oppressione diretta, selettiva e mirata nei confronti della comunità Lgbtq, dei popoli indigeni e di chi osa opporsi con idee diverse, persiste e continua a plasmare la società russa».
C’è anche chi contesta la presenza di Israele. Escludere i Paesi i cui governi portano avanti politiche criminali non rischia a sua volta di essere censura?
«Penso che il concetto non si applichi in questo caso. La censura viene imposta da chi detiene il potere; non è il caso degli attivisti che protestano contro le crudeltà governative. Riconosco che è molto difficile trovare spazi per gli artisti russi, a prescindere dalle loro idee. Purtroppo è l’esito della politica culturale del Paese: anni di censura sistemica e soffocamento della libertà di espressione.
Che conseguenza ha avuto la sua scelta di ritirarsi nel 2022?
«La più evidente: sono diventato un immigrato. Ho perso il mio lavoro subito dopo aver firmato una lettera aperta contro la guerra a Kiev. Sono finito in una lista nera a causa delle mie “inaccettabili” posizioni politiche. Il mio ritiro, aggiunto alla detenzione del 2021 per le proteste, rendeva il mio futuro in Russia molto fosco».
La sua arte è influenzata dalla politica?
«Mi occupo di memoria collettiva, discontinuità storiche e narrazioni politiche latenti inscritte in forme fisiche e sonore. Il mio prossimo lavoro esplora l’aria condizionata come strumento politico e il riutilizzo degli avanti come fragile forma di coesistenza resistente. I regimi autoritari cercano di modellare il comportamento della società, plasmando l’atmosfera sociale — sia nel mondo fisico sia in quello digitale — come si abbassa la temperatura di una stanza o si controlla il respiro negando l’accesso all’aria. Allo stesso tempo, le trasformazioni geopolitiche affondano le radici nella crisi della fiducia. Osservando ciò che accade a Gaza o a Mariupol, percepiamo l’assenza di giustizia e il silenzio della misericordia. Cerco di rendere la mia arte un luogo di respiro e testimonianza».