ROMA – Le mani sulla magistratura, perché le leggi le facciamo noi. Ultimo countdown prima di dare la parola alle urne, e Giorgia Meloni argomenta senza filtri. «In 80 anni abbiamo riformato tutti gli ambiti possibili, ma la giustizia non siamo mai riusciti a toccarla. Ogni volta, la levata di scudi. Ma il compito del Parlamento è fare le leggi. Se ci bloccano, saranno loro a inficiare la separazione dei poteri».
La premier all’ultimo affondo: nell’annunciato Pulp Podcast di Fedez e Marra è quasi tutto suo il programma. Vanno però in ordine sparso, o inciampano, gli alleati, i leader di Lega e Forza Italia. Perché se Meloni pesca nei fascicoli di ieri e di oggi, cita Garlasco, Tortora, il delitto di Meredith Kercher, e se perfino il presidente La Russa torna - sulla casa nel bosco «quella storia mi conferma nel mio sì» - Matteo Salvini si smarca (persino da se stesso) e ne sconfessa due in un sol colpo. «Votare sì, ma senza tirare in ballo Garlasco e la famiglia nel bosco. Che non son…
ROMA – Le mani sulla magistratura, perché le leggi le facciamo noi. Ultimo countdown prima di dare la parola alle urne, e Giorgia Meloni argomenta senza filtri. «In 80 anni abbiamo riformato tutti gli ambiti possibili, ma la giustizia non siamo mai riusciti a toccarla. Ogni volta, la levata di scudi. Ma il compito del Parlamento è fare le leggi. Se ci bloccano, saranno loro a inficiare la separazione dei poteri».
La premier all’ultimo affondo: nell’annunciato Pulp Podcast di Fedez e Marra è quasi tutto suo il programma. Vanno però in ordine sparso, o inciampano, gli alleati, i leader di Lega e Forza Italia. Perché se Meloni pesca nei fascicoli di ieri e di oggi, cita Garlasco, Tortora, il delitto di Meredith Kercher, e se perfino il presidente La Russa torna - sulla casa nel bosco «quella storia mi conferma nel mio sì» - Matteo Salvini si smarca (persino da se stesso) e ne sconfessa due in un sol colpo. «Votare sì, ma senza tirare in ballo Garlasco e la famiglia nel bosco. Che non sono vicende normali, certo, ma da risolvere in altro modo. Qui il referendum non c’entra». Scatta lo stop anche alla capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, blindata nelle ore cruciali della vigilia, come il sottosegretario Delmastro. «Non sono d’accordo – sottolinea il leader del Carroccio – con chi dice che la magistratura è un plotone d’esecuzione. Toni esagerati, da un lato e dall’altro. Non spariamole grosse». Mentre scivola in pubblico l’altro vicepremier Tajani. Che infila un megaspot per il sì nel video-saluto mandato al congresso di Snals Confsal, storico sindacato della scuola, suscitando la disapprovazione del tavolo dei relatori. «Spegnete il ministro, è una mancanza di stile», interviene il presidente Mario Bozzo, la platea che applaude. E la segretaria generale Elvira Serafini: «All’autonomia ci teniamo, il sindacato abbraccia tutte le anime».
Per una premier che rivendica le prerogative di chi è eletto, Elly Schlein dice: «Esponenti di sinistra per il sì? Come ci saranno tanti elettori di destra che hanno a cuore la Costituzione e voteranno no per difenderla tanto più che Meloni ha detto che intende andare avanti anche se vince il no. Noi abbiamo sostenuto la separazione delle funzioni che esiste già...». E Rosy Bindi torna sui paletti imposti dalla Carta. «Chi ha vinto le elezioni governi, ma nessuno ha conferito loro un potere costituente e men che meno il placet a ignorare la Costituzione», chiarisce la co-fondatrice del comitato per il no guidato da Giovanni Bachelet.
I toni che almeno nel rush finale sembrano sotto controllo celano alta tensione. Come quando Carlo Nordio provoca il fronte opposto. Prima con sarcasmo contro un “padre” del Pd, Goffredo Bettini. «È lui il nostro grande sponsor – ironizza il ministro –. Ha detto che la riforma gli piace, ma vota no per dare una spallata al governo. Gli sono grato, dimostra che la riforma è buona». Ma l’ex senatore dem replica secco: «Sono per il no sia nel merito che per il contesto. Il tassello della riforma vive dentro l’avanzata italiana e mondiale di una destra estrema. Sulla carta, anche Mussolini a Salò decretò una repubblica (e non la monarchia), ma era fascista». Poi Nordio torna ad attaccare l’Anm: «È un centro di potere, finirà con il sì». Replica serafico il presidente Cesare Parodi: «Contento di aver fatto una campagna senza insulti né aggressioni. Se resterà l’Anm? Certo, sarà a maggior ragione luogo prezioso di dialogo». Batte un colpo anche Palazzo Bachelet contro l’equazione «il Csm come luogo di impunità». Severe le decisioni assunte ieri in sezione disciplinare: rimosso definitivamente dalla magistratura il giudice (già sospeso) Vincenzo Cristiano, accusato di corruzione; sospensioni cautelari da carica e stipendio per altri due magistrati. Nessuno sconto, è il messaggio. A dispetto delle fake news di governo.