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Bersani: “Bossi l’avversario al quale ho voluto più bene nella vita”

Unberto Bossi con Pier Luigi Bersani nel 2013

 
L’ex segretario Pd: “È vero che era andato con Berlusconi, ma non si sarebbe mai messo con CasaPound”
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ROMA – «Per me è un colpo al cuore. Umberto Bossi era un avversario politico di una forza e di una umanità che ricorderò per sempre». Pier Luigi Bersani sta per entrare a un evento pubblico per il referendum sulla Giustizia a Figline Valdarno quando risponde al telefono, e scopre della morte del fondatore della Lega. Hanno vissuto insieme – su sponde opposte – decenni di battaglie politiche. Si sono sempre combattuti e sempre rispettati. Alla fine, erano diventati perfino amici. «È l’avversario cui ho voluto più bene in vita mia», dice l’ex segretario del Pd senza nascondere l’emozione. Lo aveva seguito fin dai primi comizi nelle campagne piacentine. Una figura «a metà tra Lenin e Tex Willer», così lo definì qualche anno fa, per gli 80 anni del Senatùr. Dicendo anche: «È vero che era andato con Berlusconi, ma non si sarebbe mai messo con CasaPound».

Da dove nasceva, questo affetto?

«Guardi, io l’ho seguito da quando girava con una 1500 scalcagnata a predicare un futuro indipendenti…

ROMA – «Per me è un colpo al cuore. Umberto Bossi era un avversario politico di una forza e di una umanità che ricorderò per sempre». Pier Luigi Bersani sta per entrare a un evento pubblico per il referendum sulla Giustizia a Figline Valdarno quando risponde al telefono, e scopre della morte del fondatore della Lega. Hanno vissuto insieme – su sponde opposte – decenni di battaglie politiche. Si sono sempre combattuti e sempre rispettati. Alla fine, erano diventati perfino amici. «È l’avversario cui ho voluto più bene in vita mia», dice l’ex segretario del Pd senza nascondere l’emozione. Lo aveva seguito fin dai primi comizi nelle campagne piacentine. Una figura «a metà tra Lenin e Tex Willer», così lo definì qualche anno fa, per gli 80 anni del Senatùr. Dicendo anche: «È vero che era andato con Berlusconi, ma non si sarebbe mai messo con CasaPound».

Da dove nasceva, questo affetto?

«Guardi, io l’ho seguito da quando girava con una 1500 scalcagnata a predicare un futuro indipendentista, autonomista. Chilometri e chilometri bevendo coca-cola. Ero un giovane assessore dell’Emilia-Romagna allora e avevo capito che in quella Lega ancora nascente c’era qualcosa da tenere d’occhio».

Gli riconosceva di credere nelle battaglie che conduceva, nonostante le parole d’ordine a dir poco forti?

«C’era molta autenticità in quelle battaglie, che io ovviamente contrastavo. E ho sofferto quando ho visto l’Umberto venire trattato così male da gente che gli doveva tutto. Negli ultimi anni, alla Camera, ho riconosciuto in lui una vera sofferenza».

Era spesso solo, in sedia a rotelle, completamente inascoltato. Di Bossi tutti ricordano – in contrapposizione con la Lega di oggi – il profondo antifascismo.

«C’era in lui un’impronta di umanità che non è replicabile».

Ha fatto anche molti errori.

«Ah ma di errori certo, molti anche politici. Mi ricordo una delle ultime volte in cui ci siamo visti. Era dopo il tradimento dei 101 (i parlamentari pd che nel segreto dell’urna non votarono Romano Prodi alla presidenza della Repubblica, ndr). Lo trovai in un angolo stanco, ammalato, ma mi chiese con la voce ormai spenta: ti fa ancora male la coltellata?».

E lei cosa rispose?

«Gli risposi: e a te? E lui non disse niente, si mise a ridere. Ma ci eravamo capiti».

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