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Castelli: “Bossi mi disse: farai il Guardasigilli poi ti arresteranno”

Roberto Castelli (fotogramma)

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L’ex ministro: “Non abbiamo mai tradito la sua Lega, quella vera non quella nazionalista e meridionalista di Salvini. Un guerriero. Schietto ruvido ma umanamente eccezionale”
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ROMA – Roberto Castelli risponde al telefono con la voce rotta dalla commozione. Ha appena saputo e ha il tono di chi ancora non ci crede. «Non mi sembra vero, pare incredibile che l’Umberto non ci sia più».

Quando ha saputo?

«Dieci minuti fa. Ero in televisione a parlare di referendum. Una web tv. Mi è arrivato un messaggio, poi due, poi tre, cinque, dieci… Sono come stordito, credo di non essermi ancora reso conto. Mi scusi, aspetti un attimo (l’ex Guardasigilli tira un lungo sospiro, ndr).

La prima cosa che ha pensato quando le è arrivata la notizia?

«È stato un fulmine a ciel sereno. Ma ho pensato questo: ecco, adesso siamo tutti orfani».

Bossi era malato da tempo.

«Si, ma era stazionario. In qualche modo sapevamo - noi che gli volevamo davvero bene e che siamo sempre rimasti lì, fedeli alle sue idee, all’uomo, al politico – che nonostante tutto se la cavava, andava avanti. Era forte, l’Umberto».

Quando lo ha visto l’ultima volta?

«Quest’estate. Sono andato a trovarlo, co…

ROMA – Roberto Castelli risponde al telefono con la voce rotta dalla commozione. Ha appena saputo e ha il tono di chi ancora non ci crede. «Non mi sembra vero, pare incredibile che l’Umberto non ci sia più».

Quando ha saputo?

«Dieci minuti fa. Ero in televisione a parlare di referendum. Una web tv. Mi è arrivato un messaggio, poi due, poi tre, cinque, dieci… Sono come stordito, credo di non essermi ancora reso conto. Mi scusi, aspetti un attimo (l’ex Guardasigilli tira un lungo sospiro, ndr).

La prima cosa che ha pensato quando le è arrivata la notizia?

«È stato un fulmine a ciel sereno. Ma ho pensato questo: ecco, adesso siamo tutti orfani».

Bossi era malato da tempo.

«Si, ma era stazionario. In qualche modo sapevamo - noi che gli volevamo davvero bene e che siamo sempre rimasti lì, fedeli alle sue idee, all’uomo, al politico – che nonostante tutto se la cavava, andava avanti. Era forte, l’Umberto».

Quando lo ha visto l’ultima volta?

«Quest’estate. Sono andato a trovarlo, come facevo spesso. A casa a Gemonio. Era sempre lui: lucidissimo di testa, con le solite difficoltà di parola, su una sedia a rotelle. Certo che vederlo così era triste. Ma ci eravamo abituati. Era come una presenza cristallizzata, eterna. E parlare e ragionare con lui era sempre un dono, per me».

La morte di Bossi che cosa rappresenta per lei, leghista della prima ora?

«Si è chiusa un’epoca. Sia per noi sia per la politica e la storia italiana. Bossi sembrava, appunto, eterno - come si dice sempre dei grandi della storia».

Non è che si era già chiusa l’epoca Bossi?

«No. Indipendentemente e al netto di quello che è successo alla Lega in questi anni, il pensiero e la figura di Bossi pesavano e contavano ancora. Almeno per noi che non abbiamo mai tradito la sua Lega, quella vera, non quella nazionalista e meridionalista di Salvini.

Invece la vostra?

«Era quella che stava a cuore all’Umberto, quello a cui ha dedicato tutta la sua vita: l’indipendentismo, l’autodeterminazione dallo Stato centrale».

Cosa lo faceva soffrire, politicamente?

«La Lega di Salvini non l’ha mai digerita. Per lui che si batteva per il Nord vedere la sua creatura diventare un partito nazionalista, centralista, meridionalista e per molti aspetti spostato all’estrema destra, era un tormento».

Come riusciva a convivere con questo tormento?

«Per real-politik ha dovuto trangugiare. Ma noi sappiamo quanta pena gli costava. Ne parlava con i suoi collaboratori più stretti, con quelli che hanno continuato a guardare al Nord, che si sono trovati smarriti e spaesati con l’avvento di Salvini».

Bossi per lei che cosa è stato?

«Un amico e un maestro. Politicamente mi ha insegnato tutto. Senza di lui non sarei mai esistito. Mi ha costruito lui, mi ha forgiato, mi ha trasmesso la sua energia vedendo forse che ero uno – anch’io – che non mollava mai. Forse mi ha scelto per questo».

Quando e dove vi siete conosciuti?

«Nel 1987. In piazza Massari a Milano. La vecchia sede della Lega – a parte la prima di Varese – era lì. Lo vedo, era capo, leader, ti travolgeva e ti conquistava, un guerriero della politica. Schietto, leale, ruvido, brusco ma umanamente eccezionale».

A maggio 2001 grazie a Bossi lei diventa ministro della giustizia.

«È l’aneddoto che non dimenticherò mai. Mi chiama e con i suoi modi mi fa: Castelli, vuoi fare il ministro della Giustizia? Gli rispondo: posso pensarci un po’? Risposta: ti do mezz’ora. Gli dico ok. E lui, di rimando: benissimo, finirai in galera vedrai! L’Umberto era così, tranchant, diretto. Ma aveva un intuito politico e umano pazzesco».

Cosa succederà adesso nel vostro mondo?

«Uno potrebbe pensare che gli ideali di Bossi - già traditi da tempo da qualcuno – da ieri siano definitivamente tramontati. La storia invece a volte ti sorprende. Noi che siamo rimasti federalisti e indipendentisti, noi che crediamo ancora in quella Lega o comunque in quella idea di politica fatta per il territorio, adesso abbiamo un dovere: tenere accesa la fiammella bossiana. In quella fiammella c’è il senso di tutto».

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