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Manuela, i figli, gli amici di Bossi nel bunker di Gemonio. “In troppi l’hanno tradito”

La villa di Bossi a Gemonio

 (ansa)

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La moglie e la famiglia aprono le porte di casa solo ai dirigenti della vecchia guardia e a Giorgetti
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GEMONIO (VARESE) – E tutto il mondo fuori, o quasi. La famiglia chiusa a riccio per lanciare un messaggio che suona chiarissimo ed è la nemesi che si compie. «C’è dentro il Diego…». È rimasto solo lui, della vecchia guardia. Diego il bergamasco fedele e sgobbone della valle Seriana, così come era il Giambattista. Leghisti della prima ora. Guardie del corpo, autisti, assistenti, quasi infermieri.

Da un quarto di secolo Diego era l’ombra del Senatùr. In queste ore, accanto alla moglie Manuela e ai figli Renzo, Roberto e Sirio Eridanio – Riccardo è un pianeta o una meteora a sé stante -, tocca a lui vegliare le spoglie del capo. Il castelletto di Gemonio è avvolto in un messianico silenzio padano che disvela il capolinea della parabola: la solitudi…

GEMONIO (VARESE) – E tutto il mondo fuori, o quasi. La famiglia chiusa a riccio per lanciare un messaggio che suona chiarissimo ed è la nemesi che si compie. «C’è dentro il Diego…». È rimasto solo lui, della vecchia guardia. Diego il bergamasco fedele e sgobbone della valle Seriana, così come era il Giambattista. Leghisti della prima ora. Guardie del corpo, autisti, assistenti, quasi infermieri.

Da un quarto di secolo Diego era l’ombra del Senatùr. In queste ore, accanto alla moglie Manuela e ai figli Renzo, Roberto e Sirio Eridanio – Riccardo è un pianeta o una meteora a sé stante -, tocca a lui vegliare le spoglie del capo. Il castelletto di Gemonio è avvolto in un messianico silenzio padano che disvela il capolinea della parabola: la solitudine finale di Bossi. «La triste verità è che l’Umberto l’avevano messo da parte da anni. Ecco perché la famiglia si è chiusa, non vogliono ipocrisie». Angelo è un amico storico. Titolare di quello che, fino al 2013, per il fondatore della Lega era una specie di succursale di casa: il bar Bellevue di Laveno. Bossi ci veniva sempre, anche dopo la malattia. «Coca cola e caffè, chiacchierava con tutti». Oggi quel bar non c’è più, Angelo ha aperto da un’altra parte.

«Si è visto qualcuno su a casa?». Giorgetti, Reguzzoni e Fontana, stop. Anzi no, anche quello che per la vecchia Lega sarebbe il convitato di pietra: Salvini. «Quelli sono andati perché non ci andavano mai, o magari hanno la coda di paglia», dice caustico Giuseppe Leoni, co-fondatore del Carroccio, intimo della famiglia. «Le visite a casa bisognava farle prima, non dopo per la televisione e la stampa. Se ti suona un ministro o un governatore come fai a non aprire?».

Bossi house a Gemonio, giù nel carruggio a forma di boccaglio. Decine di cronisti e cameramen per quattro visite quattro. Altro che processione vip. Dietro la versione ufficiale – «la famiglia ha chiesto riservatezza” – c’è una verità meno comoda. L’era Bossi era già finita prima che il patriarca leghista se ne andasse. Dimenticato da tanti di quelli che a “Umberto” devono carriera, potere, riflettori, prebende. «Fanno interviste e post... mah», ancora Angelo. C’era una volta – dal nome della cartellina trovata nel forziere dell’ex tesoriere Francesco Belsito con le note su figli e famigli - la Bossi family. Erano gli anni degli scandali. Adesso, per dirla con Marco Reguzzoni (passato dalla Lega a Forza Italia) «è il tempo delle lacrime». A piangerle c’è una famiglia che vorrebbe tenersi lontana dall’abbraccio di Giuda. «Io per rispetto non sono andato – sempre Leoni - ho scritto un messaggio alla Manu (Manuela Marrone, ndr), magari vado domani».

Grazie a Leoni gira la storia di un presunto testamento politico che l “Umberto” gli avrebbe affidato. «Il 7 marzo sono andato a trovarlo, gli ho portato il pane nero che gli piaceva. Abbiamo parlato di guerra, di ciclismo e di politica. Umberto mi dice: “Vannacci se ne è andato con tutti i fascisti che mi stavano sulle balle. Adesso devi riunire sotto un’unica bandiera tutte le associazioni autonomiste e indipendentiste”. Mi ha messo in mano una bomba disinnescata. Ci ho fatto un pezzo e l’ho mandato a Salvini, Calderoli e Giorgetti. Vedremo!».

Sembra un’era glaciale fa quando la casa gialla in cima a Gemonio era meta dei potenti di governo. E ora? «Umberto e la moglie volevano trasferirsi nella fattoria del figlio Roberto»: azienda agricola Tera Nostra, a Brenta, 1700 abitanti. A rivelare l’ultimo desiderio del Senatùr, che un tempo sognava la Padania staccata dall’Italia e da Roma, è un anziano maestro di judo di Varese. Ha insegnato 12 anni nella scuola Bosina fondata e diretta da Manuela Marrone in Bossi: «L’Umberto mi chiamava chèl bùn. Una settimana fa mi ha detto che voleva andare a vivere in mezzo agli animali, alla natura, ai nipoti (i due figli di Roberto, ndr). Stavano ristrutturando la fattoria. Non c’è stato tempo». Alla vigilia dell’addio di Pontida el bùn stringe le spalle: «Si sentiva solo. Troppi l’hanno tradito, troppi si sono dimenticati di lui». È anche il sentimento della famiglia. Le visite contingentate, la decisione di non allestire nessuna camera ardente sono la scelta di un silenzio che grida. «Per chi ha voluto bene a Bossi l’appuntamento è domenica a Pontida». Le parole di Reguzzoni, concordate con i Bossi, sono di facile interpretazione: il Senatùr è della sua gente, del popolo; non di chi lo ha accantonato senza troppi complimenti e adesso lo piange.

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