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Schlein: “Premier garantista soltanto con i suoi amici, basta gridare al complotto”

Elly Schlein

 

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“Se vince il no evitiamo una riforma dannosa che indebolisce la magistratura e sfregia la Costituzione”
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ROMA – Segretaria Elly Schlein, è vostra o dei giudici politicizzati la “manina” che ha fatto uscire la notizia sugli affari di Delmastro proprio alla vigilia del referendum?

«Siamo alle solite: quando Giorgia Meloni è in difficoltà grida al complotto. Ma la manina di cui dovrebbe preoccuparsi è quella del sottosegretario alla giustizia che ha fondato una società con la figlia 18enne di un indagato per mafia, poi condannato, sostenendo di non sapere chi fosse. E che ha pure mentito perché non ha dichiarato di possedere quella società. Ci sono foto che mostrano come Delmastro fosse nel ristorante con la capo gabinetto di Nordio già dopo la condanna per mafia del padre della sua socia. La premier avrebbe dovuto pretendere dimissioni immediate».

Invece dice che è stato leggero ma resta al suo posto. Quando però era all’opposizione chiedeva per molto meno la testa dei ministri progressisti. Due pesi e due misure?

«Hanno fatto tutta la campagna referendaria dicendo che chi sbaglia paga. Ma…

ROMA – Segretaria Elly Schlein, è vostra o dei giudici politicizzati la “manina” che ha fatto uscire la notizia sugli affari di Delmastro proprio alla vigilia del referendum?

«Siamo alle solite: quando Giorgia Meloni è in difficoltà grida al complotto. Ma la manina di cui dovrebbe preoccuparsi è quella del sottosegretario alla giustizia che ha fondato una società con la figlia 18enne di un indagato per mafia, poi condannato, sostenendo di non sapere chi fosse. E che ha pure mentito perché non ha dichiarato di possedere quella società. Ci sono foto che mostrano come Delmastro fosse nel ristorante con la capo gabinetto di Nordio già dopo la condanna per mafia del padre della sua socia. La premier avrebbe dovuto pretendere dimissioni immediate».

Invece dice che è stato leggero ma resta al suo posto. Quando però era all’opposizione chiedeva per molto meno la testa dei ministri progressisti. Due pesi e due misure?

«Hanno fatto tutta la campagna referendaria dicendo che chi sbaglia paga. Ma per Delmastro non vale mai? Sono garantisti solo con gli amici. Meloni ha anche affermato di aver appreso la notizia dalla stampa e che bisognerebbe riflettere su un certo modo di fare giornalismo. Fossi in lei rifletterei sul modo in cui sceglie i vertici del ministero della Giustizia. Anziché difendere i suoi, difenda le istituzioni e il loro onore».

Passiamo al decreto benzina, avrà effetti nelle urne?

«Intanto non ne sta avendo sul prezzo dei carburanti e quindi sulle tasche degli italiani. Noi siamo stati i primi a chiedere di intervenire sulle accise che il governo aveva aumentato, ma se non si ferma l’escalation questo decreto rimarrà solo uno spot elettorale. Potevano farlo 15 giorni fa, invece hanno aspettato la vigilia del referendum. Il perché è ovvio».

La guerra peserà a favore del no?

«È scritto in Costituzione che l’Italia ripudia la guerra. Mi aspetto che lo faccia anche il governo, chiedendo il cessate il fuoco e chiarendo che non autorizzerà mai l’uso delle basi né manderà navi a Hormuz: significherebbe farci trascinare nel conflitto illegale di Trump e Netanyahu».

A Bruxelles, però, Meloni si è accordata con altri cinque Paesi sull’ipotesi di una missione navale: è un’apertura a sostegno delle operazioni militari Usa?

«Il documento è vago e ambiguo. Il governo deve escludere l’invio delle navi per forzare il blocco, Meloni stessa ha detto che sarebbe un passo verso il nostro coinvolgimento e noi non possiamo permetterlo. Devono dire a Trump di fermarsi e tornare alla via negoziale nelle sedi multilaterali».

È plausibile che Meloni lo faccia?

«Finora non è stata mai capace di dire un no secco alla Casa Bianca. Non l’ha fatto sull’aumento della spesa militare, sul board of peace sebbene aggirasse la Costituzione e sui dazi ha minimizzato. Ma il problema non è solo la subalternità a Trump, è che non riesce a scegliere fino in fondo l’Europa. È contraria ad abolire l’unanimità. Non lotta per gli investi comuni, chiesti anche dalle nostre imprese. Il piano del tycoon è disgregare l’Unione, assecondarlo va contro il nostro interesse nazionale».

Gli analisti di Eurasia Group prevedono che questa crisi può costare all’Italia un punto di Pil già nel 2026. Rischiamo la recessione?

«Se non ci fosse stato il Pnrr ci saremmo già in recessione. Siamo il Paese più esposto a una crisi energetica che secondo l’Aiea è la più grave della storia recente. Il Codacons ha calcolato che la guerra in Iran ci costa 16,5 milioni in più al giorno solo di carburanti. Il gas sta salendo, ma il governo resta ostile alle rinnovabili. In Spagna hanno investito così tanto sull’energia pulita che il costo in bolletta è sceso del 40%. Se non si scollega il prezzo dell’elettricità da quello del gas e si punta sulla filiera delle rinnovabili non riusciremo mai a raggiungere l’autonomia energetica».

Meloni sostiene che se vince il no si perde l’ultima occasione per riformare la giustizia, è così?

«Se vince il no evitiamo una riforma sbagliata e dannosa, che indebolisce la magistratura, sfregia la Costituzione e non risolve uno solo dei problemi della giustizia. Non accelera i processi, non colma le carenze di organico, non stabilizza i 12mila precari che da giugno rischiano di restare per strada. E in più mette i giudici sotto il controllo del governo».

La destra obietta che è un falso, non c’è scritto da nessuna parte.

«Sì certo, come non scrivono che stanno smantellando la sanità pubblica e poi per una gastroscopia c’è chi aspetta oltre un anno e 6,5 milioni di italiani rinunciano a curarsi. Non c’è bisogno di scriverlo, è l’effetto naturale della riforma. L’hanno dichiarato loro».

A cosa si riferisce?

«Mantovano ha spiegato che serve per riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura, ed è facile immaginare a favore di chi, visto che l’hanno scritta loro. Nordio non si capacita del fatto che io sia per il no perché sostiene servirà pure a noi quando andremo al governo. Ma noi non vogliamo che ci serva, vogliamo essere sottoposti al controllo di legalità come tutti i cittadini. La sua capo gabinetto Bartolozzi in tv ha urlato: votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura».

Perché è una riforma che indebolisce il potere giudiziario?

«Perché spacca in due il Csm e lo sorteggia. Un organo al quale i nostri costituenti hanno affidato un compito delicatissimo: garantire l’indipendenza dei magistrati, a tutela non dei giudici ma dei cittadini. Oggi ne abbiamo uno solo: elettivo e autorevole. Se passa il sì sarà diviso in tre e basato su un’estrazione a sorte che vale solo per i 9mila togati, mentre i laici saranno pescati da un elenco votato dal Parlamento, dove esiste una maggioranza. La politica peserà di più, non di meno. Per non parlare del Csm formato da soli pm».

Cosa c’è che non va?

«Si rischia di creare un accusatore di professione slegato dalla cultura della giurisdizione orientata alla ricerca della verità. Ma in questo modo si fa scivolare il pm sotto l’influenza dell’esecutivo».

La premier è sempre in tv, su Rai e Mediaset la propaganda del sì imperversa. La partita è truccata?

«L’Agcom ha chiesto un riequilibrio, significa che c’è stata sproporzione. Io dissi in tempi non sospetti che noi non avremmo politicizzato il referendum, tanto sarebbe stata Meloni a farlo. E infatti, se guarda i suoi social, sembrano una rivista di cronaca giudiziaria: ha strumentalizzato ogni fatto di attualità per attaccare i giudici. Raccontando oltretutto una marea di falsità, come quella che se vince il no si avranno più stupratori liberi per strada. Proprio lei che uno stupratore e torturatore libico lo ha liberato e pure riaccompagnato a casa con un volo di Stato».

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