Il potere come vocazione, la politica come arte: Cirino Pomicino, “vicerè” della Prima Repubblica
di Francesco BeiL’ultima volta che si erano sentiti, qualche settimana fa, Paolo Cirino Pomicino – scomparso a Roma a 86 anni - aveva confermato a Dario Franceschini la sua presenza il prossimo 29 marzo all’adunata-amarcord dei “giovani” della Dc nel cinquantesimo anniversario del XIII Congresso nazionale, quello che confermò Zaccagnini segretario battendo l’ala più conservatrice del partito che sosteneva Arnaldo Forlani. Ma tra i sopravvissuti di quella stagione e Cirino Pomicino c’è una profonda differenza. Per tutti gli altri si tratta di una celebrazione della memoria, un riabbracciarsi tra vecchi avversari-amici di partito, per Cirino Pomicino no, poteva essere il punto di partenza per un’inversione di marcia, per provare a ricomporre la diaspora Dc. Anche alla sua età, non mollava mai, nonostante – in quella massa di reduci – lui fosse davvero un sopravvissuto che aveva visto più volte la morte in faccia. Nel 1985 fu operato a Houston e gli impiantarono quattro bypass, nel 1997 a Londra altri d…
L’ultima volta che si erano sentiti, qualche settimana fa, Paolo Cirino Pomicino – scomparso a Roma a 86 anni - aveva confermato a Dario Franceschini la sua presenza il prossimo 29 marzo all’adunata-amarcord dei “giovani” della Dc nel cinquantesimo anniversario del XIII Congresso nazionale, quello che confermò Zaccagnini segretario battendo l’ala più conservatrice del partito che sosteneva Arnaldo Forlani. Ma tra i sopravvissuti di quella stagione e Cirino Pomicino c’è una profonda differenza. Per tutti gli altri si tratta di una celebrazione della memoria, un riabbracciarsi tra vecchi avversari-amici di partito, per Cirino Pomicino no, poteva essere il punto di partenza per un’inversione di marcia, per provare a ricomporre la diaspora Dc. Anche alla sua età, non mollava mai, nonostante – in quella massa di reduci – lui fosse davvero un sopravvissuto che aveva visto più volte la morte in faccia. Nel 1985 fu operato a Houston e gli impiantarono quattro bypass, nel 1997 a Londra altri due, finché nel 2007 ricevette il cuore di un povero donatore di Vicenza e lui, da napoletano sempre pronto alla battuta, ci scherzava con i leghisti che incontrava alla Camera: “Adesso anche io ho un cuore del Nord”. Un vero guerriero, e del resto era Geronimo lo pseudonimo che aveva scelto per i suoi articoli a difesa della politica contro la magistratura durante gli anni di Tangentopoli.
Ma se anche non smetteva mai di progettare il futuro (e chi scrive lo ricorda per le tante proposte di interviste con cui – sempre garbatamente – provava a uscire sui giornali), Cirino Pomicino è stato senza dubbio uno degli ultimi testimoni diretti di quella stagione irripetibile che fu la Prima Repubblica, l’uomo che incarnò meglio di chiunque altro il potere democristiano nella sua accezione più carnale, più spregiudicata e forse anche più popolare, quella napoletana. Il potere come vocazione, la politica come arte, in questo molto simile alla cultura di quei comunisti che aveva sempre osteggiato. A Napoli, dove era nato, la carriera politica da principio non lo interessava. Si era laureato in medicina e chirurgia con il massimo dei voti, aveva persino lavorato come assistente neurochirurgo e poi come aiuto neurologo al Cardarelli di Napoli, una nota biografica che ci teneva spesso a ricordare, con un pizzico di civetteria, rispetto agli altri politici “che non hanno mai lavorato”.
Eletto alla Camera la prima volta nel 1976, era salito nelle gerarchie democristiane fino a diventare il potentissimo presidente della commissione Bilancio, trasformandola – per conto del capocorrente Giulio Andreotti - nelle forche caudine dei ministri dell’epoca. Grazie ad Andreotti divenne poi ministro per la Funzione Pubblica (nel governo De Mita) e ministro del Bilancio lui stesso nei governi Andreotti VI e VII. Nella corrente andreottiana si vantava di essere quello che ci capiva di più di politica, persino più del Divo. In Campania, insieme al socialista Di Donato e al liberale De Lorenzo, era uno dei “vicerè”, un titolo che non rifiutava, anzi lo portava con una certa eleganza borbonica e sicuramente lo preferiva a ‘o ministro. Dentro Tangentopoli, Pomicino ci finì a pieno titolo. Anzi, a posteriori si vantava di essere uscito indenne da quaranta processi e di aver ottenuto dal tribunale di sorveglianza di Roma la “piena riabilitazione” nel 2011. Qualcosa gli era comunque rimasto appiccicato addosso: una condanna per finanziamento illecito al processo Enimont e una per corruzione nell’inchiesta sui fondi neri dell’Eni.
Ma questa era solo la seconda parte della sua vita, la terza è stata forse quella più felice. Ormai libero dal potere e dalle sue tentazioni, Cirino Pomicino si era rituffato nella politica, con l’Udeur, poi la Dc di Rotondi, e nella pugna giornalistica. Collaborava con il Foglio, ma scriveva anche sul Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Mattino, oltre a Libero e il Giornale. Con quell’idea fissa di riabilitare la cultura “democratico cristiana” (come la chiamava lui) e, chissà, magari ridarle persino una casa, contro le “invenzioni artificiali” dell’Ulivo e della Casa delle libertà.
Paolo Sorrentino lo ha reso immortale nel film Il Divo, con Carlo Buccirosso che lo interpretava in una scena memorabile, mentre corre sul pavimento del Transatlantico in una scivolata di pura euforia da potere. Naturalmente Pomicino smentì che quella scena avesse mai avuto un corrispettivo reale e accusò il regista di aver ridotto la storia della Dc a “una macchietta”. Ma chiunque lo avesse conosciuto capiva che, in fondo, era la scena più vera del film. Il potere lo ha incarnato davvero, anche nei suoi aspetti meno luminosi, ma la passione è sempre stata la grande politica, che Pomicino ha attraversato senza mai smettere, fino alla fine, di considerarsi nel giusto.