Dipende. Come per ogni epopea puoi guardarne gli inizi, e allora Umberto Bossi è la Lega lombarda, è il Senatùr, è Roma ladrona, è il popolo delle partite iva, il pratone di Pontida e il dio Po, le macroregioni e il sindacato del territorio, è una slavina che, con la caduta del Muro di Berlino e l’inchiesta di Mani Pulite, travolge la prima Repubblica. Oppure puoi guardarne la malinconica fine: la malattia, il Trota, le disavventure familiari e l’emarginazione politica, le scope di Maroni e la Lega di Salvini, che cancella la Lombardia perfino dal nome del nuovo partito orbaniano. Ma in mezzo, tra i due estremi, tra l’inizio e la fine, tra la passione e il cinismo, tra l’inglorioso tramonto della prima Repubblica e la svolta più a destra della destra di Salvini cosa c’è?
Dipende. Come per ogni epopea puoi guardarne gli inizi, e allora Umberto Bossi è la Lega lombarda, è il Senatùr, è Roma ladrona, è il popolo delle partite iva, il pratone di Pontida e il dio Po, le macroregioni e il sindacato del territorio, è una slavina che, con la caduta del Muro di Berlino e l’inchiesta di Mani Pulite, travolge la prima Repubblica. Oppure puoi guardarne la malinconica fine: la malattia, il Trota, le disavventure familiari e l’emarginazione politica, le scope di Maroni e la Lega di Salvini, che cancella la Lombardia perfino dal nome del nuovo partito orbaniano. Ma in mezzo, tra i due estremi, tra l’inizio e la fine, tra la passione e il cinismo, tra l’inglorioso tramonto della prima Repubblica e la svolta più a destra della destra di Salvini cosa c’è?
Il federalismo, si dice. Cioè una cosa che in Italia non si è fatta e non si poteva fare. E che, come un elastico, è stata tesa fino all’estremo delle sparate secessioniste e l’invenzione della Padania da una parte, e poi accorciata, anzi accartocciata, fino al regionalismo e all’autonomia differenziata dall’altra, soluzione di compromesso votata dalla sinistra ma turandosi il naso, soluzione che la Lega sovranista di oggi non sa più nemmeno se spingere ancora o lasciar perdere, dedicandosi piuttosto al meridionalissimo Ponte sullo Stretto.
Era un’idea, non c’è dubbio. Ma un’idea che non c’era nella storia politica del Paese, risorgimentale e post-risorgimentale (Cattaneo a parte), e che comparve, nobilitata dal nome illustre di Gianfranco Miglio, insieme agli insulti ai terroni, alle gabbie salariali, alla rivolta fiscale, e ai professori meridionali che non parlano la nostra lingua, i nostri dialetti.
Era un’idea, certo, e una robusta spallata ai vecchi partiti, alle vecchie ideologie. Che però abbia trovato casa a destra non è così sorprendente, dati causa e pretesto: il giovane Bossi che girava i bar di paese con sbracati trascorsi comunisti, la Lega delle origini che era forza popolare e costola della sinistra doveva pur fare le riforme in qualche modo, per combinar qualcosa a Roma. E con chi farle se non col Cavaliere, cioè con chi, meglio di Bossi, poteva rappresentare i ceti produttivi del Nord, mescolandoli a messaggi meno bruschi e più rassicuranti, meno ruspanti e più moderni? Se poi, nel frattempo, pigi a fondo il pedale del populismo e accarezzi nel verso del pelo l’egoismo sociale, allora dove vuoi che vada a finire l’operaio che vota la Lega?
Era un’idea, un progetto politico, una retorica nuova e potenzialmente dirompente. Quarant’anni fa. Ma com’è messo, a distanza di quattro decenni, il linguaggio della politica? Umberto Bossi sapeva parlare fuori dai denti e rompere con le liturgie della politica romana. Il sigaro, la voce roca e la canotta. Genuino. Ruvido. Autentico. Ma si può dire che è dalla Lega che sono venuti i cappi in Parlamento, i fucili da imbracciare, il vilipendio alla bandiera tricolore, i gesti dell’ombrello, le frasi da bar e i noi della Lega ce l’abbiamo duro?
Dipende, dunque. Se guardi gli inizi, trovi la passione, il coraggio delle idee, la direzione ostinata e contraria, la forza di rottura e un’impresa che ha contribuito a cambiare la storia italiana. Trovi l’Umberto. Il Capo. Ma la direzione del cambiamento? E, soprattutto: gli ingredienti che ne hanno composto l’impasto? In effetti, se guardi la fine, nella Lega di Salvini non trovi solo il gretto nazionalismo e l’indecente filoputinismo. Trovi anche il giustizialismo, il machismo, l’omofobia, l’avversione nei confronti di stranieri ed extracomunitari. E queste non sono trovate di Matteo Salvini, che pure ci ha messo del suo: la Lega di Bossi le conteneva già tutte. E tutte mescolava in una delle tante ricette populiste che l’Italia ha dovuto mandar giù in anni di crisi, tra l’agonia della prima Repubblica e gli incerti vagiti della seconda.
Un sincero democratico, ed è vero: la Lega partito del territorio, delle sezioni, delle autonomie. Non da Bossi sono venuti – è giusto riconoscerlo – pericoli di involuzione autoritaria o derive leaderistiche. Ma non un padre della Patria, non una figura costituente, non l’architetto di nuovi orditi istituzionali o il paziente tessitore di nuovi assetti politici. E neppure il riferimento ideale per una cultura politica di cui oggi il Paese abbia bisogno. Proprio no. Un uomo che ha saputo sparigliare, certo. Ma non altro.