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Funerali di Bossi: contestato Salvini in camicia verde. Coro dei leghisti: bruciamo il tricolore

(lapresse)

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Le esequie del Senatur nell’abbazia del paese simbolo della Lega. All’arrivo di Meloni slogan “Secessione, secessione”, “Padania libera”. Castelli: “L’eredità di Umberto tradita da Matteo”
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PONTIDA - "Secessione, secessione!”, grida il popolo di Umberto Bossi mente il feretro del capo sfila davanti al pratone tra applausi, striscioni e fumogeni verdi. Sul "sacro suolo" dell'iconografia leghista, dove di solito è allestito il palco, una decina di nostalgici "Giovani padani" - oggi "Lega giovani” - sventolano le bandiere con il sole delle Alpi. Sulla strada statale "Briantea" bloccata in entrambe le direzioni due ali di folla accompagnano il passaggio del carro funebre che trasporta la salma di Bossi. Procede a passo d'uomo. Dietro, a piedi, Renzo Bossi e Giancarlo Giorgetti aprono la processione dei fedelissimi. È la scena finale. Quella che mette il sigillo sull'ultimo saluto al fondatore e padre del partito che un tempo chiedeva la secessione contro Roma ladrona. E non è un caso che la parola "secessione" diventi oggi la parola mantra del funerale all'abbazia di San Giacomo a Pontida.

PONTIDA - "Secessione, secessione!”, grida il popolo di Umberto Bossi mente il feretro del capo sfila davanti al pratone tra applausi, striscioni e fumogeni verdi. Sul "sacro suolo" dell'iconografia leghista, dove di solito è allestito il palco, una decina di nostalgici "Giovani padani" - oggi "Lega giovani” - sventolano le bandiere con il sole delle Alpi. Sulla strada statale "Briantea" bloccata in entrambe le direzioni due ali di folla accompagnano il passaggio del carro funebre che trasporta la salma di Bossi. Procede a passo d'uomo. Dietro, a piedi, Renzo Bossi e Giancarlo Giorgetti aprono la processione dei fedelissimi. È la scena finale. Quella che mette il sigillo sull'ultimo saluto al fondatore e padre del partito che un tempo chiedeva la secessione contro Roma ladrona. E non è un caso che la parola "secessione" diventi oggi la parola mantra del funerale all'abbazia di San Giacomo a Pontida.

Il popolo bossiano si è preso la scena gradualmente. Prima, all'arrivo sul sagrato, coi fischi a Salvini "traditore", "Giuda", come dice Mario Borghezio rimasto fuori dalla chiesa, e "Giuda se ne è andato", ripete l’ex europarlamentare non vedendo il segretario federale in corteo (si e tenuto alla larga per paura di altri e magari più robusti fischi). Poi quei cori in faccia allo Stato, come "Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore" con Giorgetti che tenta di fermarli alzando la mano e dicendo: “Per cortesia”. E quindi "Roma", in piedi sulla scalinata, Meloni, La Russa, Fontana, lo stesso Salvini.

Ma il punto di caduta della "coreografia" di popolo è stato il dopo. Quando la gente lumbàrd - come la si chiamava un tempo - si sposta in massa dal sagrato e dall'area dove è stato allestito il maxi schermo in direzione pratone. La spianata d'erba all'inizio resta vuota perché le indicazioni degli organizzatori - non una scaletta rigida ma insomma - prevedono che la folla verde, verde come era la Lega di Bossi, si disponga ai lati della strada per accompagnare il "capo" verso lungo il percorso che lo porterà verso la cremazione.

Lombardi, veneti, piemontesi, liguri, trentini, friulani, Valle d'Aosta. Tante bandiere, soli delle Alpi, leoni di San Marco, i vessilli dei nuovi partiti autonomisti, quello dell'ex ministro Castelli e il Patto per il Nord di Paolo Grimoldi. Decine di striscioni: "Il Nord non molla, il tuo sogno vive", "grazie capo di averci regalato un sogno", "la tua storia vivrà sempre con noi". "Siamo come i catalani, i baschi, gli scozzesi - dicono Stefano e Alessando che vengono da Torino -. Non siamo mai stati iscritti alla Lega ma siamo sempre stati bossiani. La sua lotta per l'identità padana era anche la nostra lotta".

L'ultima Pontida del Senatur è un'esperienza immersiva, una storia di antropologia politica e per raccontarla sono utili i dettagli. Quello che succede fuori, tra la gente venuta per salutare l' "Umberto". Quando Daniela Santanchè lascia la chiesa la vecchia guardia leghista non fa giri di parole: "Vai via, ti aspettiamo in tribunale". Passa La Russa: ignorato. Per Meloni timidi applausi e qualche fischio. Giorgio Masocco, ex segretario della Lega a Cantù, va al punto: "Bossi e le sue idee sono state tradite da quell'uomo là". Indica Salvini in camicia verde. "Toglitela quella camicia, vergogna" gli gridano.

Scremato da tutta la retorica del “dopo", dal booster di ipocrisia iniettato nelle vene di una vicenda personale e collettiva che tra qualche anno magari sarà raccontata senza filtro e per ciò che davvero è stata, alla fine della giornata - dopo il suono della cornamusa e il Va pensiero - capisci che cosa è stato davvero il funerale di Bossi. Un ritorno, più che una partenza. Il dio Po, il pratone pontidese, il Monviso, le ampolle, i rituali celtici, il sole alpino, la canottiera, il braccio di ferro e il celodurismo, l'iperbolica suggestione dei 300mila bergamaschi pronti a imbracciare i fucili contro "Roma ladrona". Si è rivisto e risentito tutto, oggi. Magari solo per un giorno. Ma probabilmente a Bossi sarebbe piaciuto.

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