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Marantelli, il “leghista rosso” del Pds: “Quando Bossi mi propose di fare l’assessore a Varese”

(ansa)

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L’ex deputato dem è stato a lungo “ufficiale di collegamento” tra la sinistra e il Carroccio: “Volevo bene a Umberto, c’era stima reciproca, con me è sempre stato leale e affidabile, sia umanamente che politicamente”.
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VARESE – In dialetto varesotto (bosino), perentorio: “Uè, adess romp più i ball, te entret a fa’ l’assessùr!”. Non rompere più le scatole, entri in giunta a fai l’assessore. Correva l’anno 1993 a Varese. La Lega di Umberto Bossi è alla sua prima giunta nella città natale: amministra insieme al Partito Repubblicano italiano (Pri) con l’appoggio esterno del Pds, allora la principale forza della sinistra italiana guidata da Achille Occhetto.

A poco più di un mese dall’insediamento della giunta muore in un incidente stradale l’assessore al bilancio Eraldo Benvenuti. Bossi, politicamente svelto e pragmatico, chiama un esponente di primo piano del Pds varesino e gli offre quella poltrona di assessore. A un “rosso”. Possibile? Sì se il designato (da Bossi) risponde al nome di Daniele Marantelli. Il “leghista rosso”, o il “dem verde”, a seconda dei punti di vista. Marantelli, vecchia volpe della sinistra varesina, è amico di vecchia data di Bobo Maroni e di Umberto Bossi (e del governatore lo…

VARESE – In dialetto varesotto (bosino), perentorio: “Uè, adess romp più i ball, te entret a fa’ l’assessùr!”. Non rompere più le scatole, entri in giunta a fai l’assessore. Correva l’anno 1993 a Varese. La Lega di Umberto Bossi è alla sua prima giunta nella città natale: amministra insieme al Partito Repubblicano italiano (Pri) con l’appoggio esterno del Pds, allora la principale forza della sinistra italiana guidata da Achille Occhetto.

A poco più di un mese dall’insediamento della giunta muore in un incidente stradale l’assessore al bilancio Eraldo Benvenuti. Bossi, politicamente svelto e pragmatico, chiama un esponente di primo piano del Pds varesino e gli offre quella poltrona di assessore. A un “rosso”. Possibile? Sì se il designato (da Bossi) risponde al nome di Daniele Marantelli. Il “leghista rosso”, o il “dem verde”, a seconda dei punti di vista. Marantelli, vecchia volpe della sinistra varesina, è amico di vecchia data di Bobo Maroni e di Umberto Bossi (e del governatore lombardo Attilio Fontana).

Sono nati nella stessa città, stessa passione per la politica ma su sponde opposte. Classe 1953, ex dipendente di banca, figlio di operai, antifascista, milanista, ex nazionale di calcio del Parlamento, Marantelli è stato deputato per tre legislature (dal 2003 al 2018, anche tesoriere del gruppo Pd alla Camera). Dai file della memoria del “leghista rosso” – per anni tra i principali pontieri tra i dem e lo stato maggiore della Lega che aveva il suo cuore a Varese - viene fuori uno spaccato interessante: storie del territorio. Storie che raccontano di un tempo in cui Bossi ha strizzato l’occhio alla sinistra.

Le va di raccontare?

“Lo faccio perché so che anche questi racconti rendono giustizia a Bossi. Ma le confesso che faccio un po’ fatica: sono molto colpito dalla sua scomparsa e dal trattamento riservatogli dalla Lega, la sua creatura, in questi anni. Volevo bene a Bossi, c’era stima reciproca, con me è sempre stato leale e affidabile, sia umanamente che politicamente”.

Ci dica come andò a finire quando le propose di entrare nella giunta leghista.

“Fui lusingato dalla sua proposta, ma non accettai. Non so se lui ci rimase male, non credo. Ma mi sono chiesto tante volte cosa sarebbe successo se avessi detto sì. Per la storia politica di Varese e non solo: magari, chissà, anche per la parabola della Lega, visto che era nata a Varese (il 12 aprile 1984 nello studio di un notaio con la firma di cinque uomini e una donna: uno dei cinque uomini era Bossi, la donna era sua moglie Manuela Marrone, ndr)”.

Con Bossi quando vi siete conosciuti?

“Inizio anni ’90. Conoscevo Maroni, con cui siamo stati sempre amici, e che veniva da Democrazia proletaria. Bossi era vulcanico, originale, indomabile: un fiuto politico straordinario, passione, e quel tocco di follia visionaria. Come è stato più volte ricordato era stato iscritto al Pci, il partito in cui sono cresciuto. La questione federalista mi ha sempre appassionato, ho sempre cercato di farla capire a sinistra. È su quel terreno che abbiamo iniziato a dialogare. Stando su sponde diverse, anche lontane. Ma sia Bossi che Maroni sapevano che ero un interlocutore serio: loro si fidavano di me e io di loro, nel rispetto di idee politiche molto diverse. Se ne sono andati prima Maroni e adesso anche Bossi, si è chiusa un’epoca nella quale sono successe cose interessanti anche per me”.

Qualche episodio?

“Nel 1995 vado a una festa della Lega a Varese. Avevo organizzato un incontro-confronto su federalismo e autonomia al convitto Filippi. Chiedo a Bossi: ‘chi mi mandi dei tuoi?’. Lui mi risponde: Gnutti (Vito Gnutti, è stato ministro dell’Industria, del commercio e dell’artigianato nel primo governo Berlusconi, ndr). Passano pochi secondi e aggiunge: ‘Ti mando anche Maroni. Però fagli un masagìn…Fagli capire che deve rientrare perché ho bisogno di lui. Maroni aveva cessato ogni attività nella Lega dopo che era uscito sconfitto dal congresso di Assago, dove la maggioranza di Bossi lo aveva schiacciato. Bossi rivoleva Maroni. E Maroni poi rientrò”.

Nove anni dopo Bossi ha un ictus e tutto cambia.

“Nel 2005, in una delle prime uscite pubbliche dopo la malattia, si presenta allo stadio. Che per noi è sempre stato un appuntamento quasi fisso, dove ci si incontrava e si parlava. L’allora presidente Riccardo Sogliano rilanciò il Varese: ci fu una crescente partecipazione di pubblico. Un’iniziativa era rivolta alle donne: per portare anche un pubblico femminile alle partite. Sogliano ne parla con Bossi e con me. E “Umberto” fa: ‘Bella idea, però meglio che chiedi una mano a Marantelli, perché noi in Lega insomma, vabbè dai hai capito…!”.

Dove vi incontravate, oltre che allo stadio?

“Beh, naturalmente in parlamento. Chiacchierate, battute, pacche sulle spalle. Per i miei io ero l’ “amico dei leghisti”. Quando c’era bisogno di sondare, capire, raggiungerli, avevo contati diretti. Con Bobo Maroni ci siamo sempre frequentati anche fuori dalla politica. Con Bossi ci vedevamo al ristorante della Camera. Ci fu un episodio che ricordo come fosse ieri”.

Prego.

“Credo fosse il 2008. Bossi, per le conseguenze dell’ictus, aveva perso forze e un po’ di autonomia. In quel periodo c’era un assistente che lo aiutava a mangiare. Insomma: lo imboccava. Un giorno arrivo al ristorante e vedo quattro deputate del mio partito – per eleganza non faccio nomi, non serve – che storcono il naso e si lamentano con il responsabile del ristorante: erano infastidite dal fatto che appunto Bossi venisse imboccato. Mi sono rivolto a loro incazzato dicendo di vergognarsi: se capitasse una cosa del genere a voi – dissi – e qualcuno si lamentasse perché vi imboccano, sareste contente?”.

Dal suo osservatorio privilegiato varesino lei ha potuto seguire da vicino il declino politico di Bossi, le vicende legate anche alla famiglia, e poi quello che è successo dentro al Lega. Che idea si è fatto, avendolo conosciuto bene e avendo avuto un rapporto di consuetudine con lui?

“Delle vicende familiari preferisco non parlare in questo momento, mi pare poco delicato e poi si è già detto, scritto e visto tutto. In generale penso che Bossi – sia in quelle che in altre situazioni – sia stato tirato per la giacchetta da molti. Per convenienza e opportunismo. Per farsi largo grazie a lui. E qualcuno poi ha dimostrato ingratitudine e anche mancanza di rispetto politico, prima ancora che umano. Una cosa è certa: vedere la Lega trasformata e diventare l’opposto di come lui l’aveva voluta, pensata, costruita è stata fonte di grande amarezza. Anche se non spetterebbe a me dirlo credo che il suo partito non lo abbia trattato bene. Adesso, con la morte, vedo tanti sepolcri imbiancati”.

Oggi la sua gente lo saluterà a Pontida. E’ una specie di nemesi per chi ha trasformato la Lega mettendo Bossi un po’ nell’angolo o nel dimenticatoio?

“Credo proprio di sì”.

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