✕

Seggi aperti dalle 7. Stavolta non servirà il quorum ma l’affluenza sarà determinante

(ansa)

Ascolta l'audio

Polemiche per la violazione del silenzio elettorale da parte del vicepremier Salvini: sui social ha pubblicato una “card” con la scritta “sì”
2 minuti di lettura

È un voto senza quorum quello del referendum per confermare o bocciare la riforma della giustizia. Per questo avrà la meglio chi riuscirà a mobilitare di più il proprio elettorato. Seggi aperti oggi dalle 7 alle 23 e domani dalle 7 alle 15, quando inizierà lo spoglio e arriveranno i primi dati degli exit poll. Le persone chiamate alle urne sono poco meno di 51 milioni e mezzo, di questi 5 milioni e mezzo all’estero. Come si è detto, l’affluenza non determinerà la validità del referendum ma potrebbe avere un peso determinante nel far pendere l’asticella verso il sì o il no.

Ecco i precedenti. Il primo risale al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra. Il sì arrivò al 64,21% con un’affluenza del 34,05%. Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi sulla riforma voluta dall’allora esecutivo Berlusconi, che puntava a ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e …

È un voto senza quorum quello del referendum per confermare o bocciare la riforma della giustizia. Per questo avrà la meglio chi riuscirà a mobilitare di più il proprio elettorato. Seggi aperti oggi dalle 7 alle 23 e domani dalle 7 alle 15, quando inizierà lo spoglio e arriveranno i primi dati degli exit poll. Le persone chiamate alle urne sono poco meno di 51 milioni e mezzo, di questi 5 milioni e mezzo all’estero. Come si è detto, l’affluenza non determinerà la validità del referendum ma potrebbe avere un peso determinante nel far pendere l’asticella verso il sì o il no.

Ecco i precedenti. Il primo risale al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra. Il sì arrivò al 64,21% con un’affluenza del 34,05%. Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi sulla riforma voluta dall’allora esecutivo Berlusconi, che puntava a ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e a conferire alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. Il no vinse nettamente con il 61,29%: l’affluenza si attestò al 53,8%. Il 4 dicembre 2016 arrivò il referendum sulla riforma ribattezzata Renzi-Boschi che proponeva il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. Si recò alle urne il 65,48% e il no prevalse con 59,12%.

Nel 2020 gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari. In questo caso però la riduzione del numero di deputati e senatori era sostenuta da una larga maggioranza, ottenne un consenso trasversale e in Parlamento fu approvata con oltre due terzi dei voti. Alle urne si recò il 53,8% degli aventi diritto. Il sì ottenne il 69,9% dei voti, a fronte del 30% dei no.

La campagna referendaria di questa quinta consultazione costituzionale, che potrebbe cambiare sette articoli della Carta, si arricchisce oggi di una nuova uscita, quella di Matteo Salvini che ha rotto il silenzio elettorale. Non sono bastate le polemiche e le tensioni di queste ultime settimane, ieri con un post sui social il vicepremier leghista ha pubblicato una card con una sola parola: “sì”, in grandi lettere gialle su sfondo blu. Una mossa che ha provocato commenti di critica.

Il punto fondamentale della riforma riguarda la separazione delle carriere tra quella giudicante e quella requirente. A favore della riforma si sono schierati i partiti di governo, FdI, Forza Italia, Lega e Noi moderati ma anche, dall’opposizione, Azione e +Europa, oltre a diversi comitati. Contrari alla riforma sono invece Pd, M5S e Avs, insieme all’Associazione nazionale magistrati e, tra gli altri, la Cgil, l’Anpi, 270 sindaci di Autonomie locali italiane (Ali) e comitati come Società civile per il no. Mentre Matteo Renzi, leader di Iv, ha lasciato libertà di voto a iscritti e simpatizzanti.

Per i sostenitori del sì, questo passaggio rafforzerà la figura di un giudice terzo rispetto all’accusa e alla difesa, garanzia di imparzialità, e il sorteggio dei membri del Csm servirà a ridurre il peso delle correnti. E l’Alta corte dovrebbe migliorare il sistema disciplinare.

I sostenitori del no ricordano che nel 2024 solo 42 magistrati su quasi 9 mila hanno cambiato funzione tra giudicante e requirente, meno dello 0,5%. Insomma, la separazione è già nei fatti. E invece, sottolineano, che in questo modo si indebolisce la magistratura, attraverso la riforma del Csm, che sarà anche privato del potere disciplinare. C’è chi sottolinea anche che la figura del pm, adesso, non è speculare a quella dell’avvocato per la difesa, che cura solo gli interessi del suo assistito mentre il pm è un magistrato che deve cercare le prove per accertare i fatti, considerando anche quelle a favore di chi è accusato. Passaggi che dimostrano come i magistrati abbiano avuto un ruolo chiave in questa campagna referendaria, tanto che lo scontro ha travalicato il mondo politico e ha coinvolto anche quello delle toghe.

Leggi i commenti