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Il referendum uno stress test per Meloni. Ipotesi fiducia in caso di sconfitta

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni 

 (lapresse)

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La premier con il no teme di logorarsi. Se vince il sì blitz sulla legge elettorale. Rebus sul futuro di Nordio e Bartolozzi
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ROMA – Ovvio che l’impatto sul governo ci sarà, inutile girarci intorno. In un caso o nell’altro, ammettono nella cerchia di Giorgia Meloni, anche se la linea ufficiale di via della Scrofa è quella dettata dalla leader: per l’esecutivo non cambia nulla. Però a Palazzo Chigi, sottotraccia, da settimane studiano le mosse. Vincesse il no, raccontano più fonti di primo piano di Fratelli d’Italia, c’è una tentazione che si sta facendo strada, nelle conversazioni riservate degli ultimi giorni: tornare a stretto giro in Parlamento, chiedere un voto di fiducia, tentare insomma di archiviare la pratica alla svelta. Probabilmente non con una fiducia politica, ma legata a un provvedimento già incardinato. Due le ipotesi che vanno per la maggiore: il dl Sicurezza in Senato o il dl Energia alla Camera. La settimana dopo il referendum. L’obiettivo è dimostrare, nel pallottoliere delle Camere, quello che la premier ripete da mesi nei comizi e in tv, cioè che la «maggioranza è solida», anche in caso …

ROMA – Ovvio che l’impatto sul governo ci sarà, inutile girarci intorno. In un caso o nell’altro, ammettono nella cerchia di Giorgia Meloni, anche se la linea ufficiale di via della Scrofa è quella dettata dalla leader: per l’esecutivo non cambia nulla. Però a Palazzo Chigi, sottotraccia, da settimane studiano le mosse. Vincesse il no, raccontano più fonti di primo piano di Fratelli d’Italia, c’è una tentazione che si sta facendo strada, nelle conversazioni riservate degli ultimi giorni: tornare a stretto giro in Parlamento, chiedere un voto di fiducia, tentare insomma di archiviare la pratica alla svelta. Probabilmente non con una fiducia politica, ma legata a un provvedimento già incardinato. Due le ipotesi che vanno per la maggiore: il dl Sicurezza in Senato o il dl Energia alla Camera. La settimana dopo il referendum. L’obiettivo è dimostrare, nel pallottoliere delle Camere, quello che la premier ripete da mesi nei comizi e in tv, cioè che la «maggioranza è solida», anche in caso di debacle sull’unica riforma costituzionale portata a dama. Perché da quello, dai numeri in Parlamento, dipende la tenuta dell’esecutivo. Certo, il cammino fino alle Politiche sarebbe comunque tribolatissimo, con una sconfitta così pesante sulle spalle. Il grande timore dei Fratelli è il precedente di Matteo Renzi (che difatti viene citato, nei ragionamenti dei meloniani). Si fa riferimento a questi numeri: il Pd dopo il referendum del 2016 era saldamente al 30%, come FdI oggi. Un anno dopo quel fiasco, il partito di Renzi arrivò alle elezioni nazionali logorato. E sprofondò al 18,7%. Anche per questo in maggioranza c’è chi continua a non escludere una chiamata alle urne anticipate. Scenario «poco probabile». Ma non più escluso.

La mozione di fiducia è la prima ipotesi. Ma non scontata. Si valuteranno all’ultimo i possibili ricaschi negativi, se cioè rischia di passare come una drammatizzazione, un antipasto di crisi. Meloni, c’è da dire, non teme sgambetti: gli alleati sono già stati sondati. Altre conseguenze messe in conto: vincesse il no, Giusi Bartolozzi rischierebbe il posto di capo di gabinetto alla Giustizia. Probabile trasloco ad altro incarico, sempre ministeriale. Sarebbe uno dei capri espiatori più a portata di mano, senza scossoni in Cdm. L’altra incognita è il guardasigilli, Carlo Nordio: tra i Fratelli c’è chi ipotizza un suo passo indietro, più o meno spintaneo. Altri negano: resterà al suo posto. Si vedrà. Certo finirebbe sul banco d’accusa la Lega, da parte di FdI ma soprattutto di Forza Italia: già da mesi gli alleati imputano sotto voce al Carroccio scarso impegno, poche iniziative, pochi post social della famosa “Bestia”. Ha indispettito gli azzurri pure la scelta di Matteo Salvini di volare, domani, a Budapest per la campagna elettorale di Viktor Orbán. Proprio nel giorno dei risultati. Trasferta confermata, anche dopo la scomparsa di Umberto Bossi.

Scenario opposto, vince il sì. Per Meloni sarebbe ovviamente un balsamo (anche per FI). La premier avrebbe gioco facile a blindare i fedelissimi nei pasticci, vedi Andrea Delmastro. E avrebbe meno imbarazzi nel forzare la mano sulla legge elettorale. Verrebbe approvata subito, entro l’estate, senza lo scrupolo di concertare alcunché con l’opposizione. Una riforma che — hanno segnalato analisti e costituzionalisti — con poco più del 40% dei consensi alle prossime Politiche potrebbe, in teoria, permetterle di conquistare da leader di partito il colle più alto, il Quirinale. Per ora la premier parla d’altro. Ieri, nella chat dei ministri, ha fatto gli auguri di compleanno a Francesco Lollobrigida.

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