Oltre ogni aspettativa. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si chiude alle 23 con un’affluenza al 46,07%. Fanno da traino le regioni del Nord. Più in affanno, ma comunque con dati incoraggianti rispetto a tornate recenti segnate dalla disaffezione, la partecipazione al Sud.
Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più. Oggi urne aperte dalle 7 alle 15, poi inizia lo spoglio. Ma il segnale politico è enorme. Le percentuali parziali già superano i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano aperte due giorni: sono più alte di quasi sette punti rispetto a quello del 2020 sul taglio dei parlamentari. Alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4% degli aventi diritto e il giorno dopo si arrivò al 51,12%. Bisogna considerare però che allora si votava anche in sette regioni e che la riforma era stata già approvata dai due terzi della Camera. Il Senato diede il via libera con la sola maggioranza assoluta ma godeva comunque di un ampio sost…
Oltre ogni aspettativa. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si chiude alle 23 con un’affluenza al 46,07%. Fanno da traino le regioni del Nord. Più in affanno, ma comunque con dati incoraggianti rispetto a tornate recenti segnate dalla disaffezione, la partecipazione al Sud.
Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più. Oggi urne aperte dalle 7 alle 15, poi inizia lo spoglio. Ma il segnale politico è enorme. Le percentuali parziali già superano i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano aperte due giorni: sono più alte di quasi sette punti rispetto a quello del 2020 sul taglio dei parlamentari. Alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4% degli aventi diritto e il giorno dopo si arrivò al 51,12%. Bisogna considerare però che allora si votava anche in sette regioni e che la riforma era stata già approvata dai due terzi della Camera. Il Senato diede il via libera con la sola maggioranza assoluta ma godeva comunque di un ampio sostegno trasversale.
Lo scettro di più partecipato tra i quattro referendum confermativi per i quali si è votato negli ultimi decenni, spetta a quello sulla riforma costituzionale di Renzi, anno 2016: 65,5% alle urne, con vittoria dei no. Un dato per ora incomparabile a quello di ieri perché la consultazione si svolse in un solo giorno. La legge sulla devolution, nel 2006, vide alle urne il 52,46% (35% il dato parziale la domenica alle 23) e venne bocciata. Nel 2001 il quesito sul titolo V fu approvato con un’affluenza totale in una sola giornata del 34,05%.
La tendenza lascia immaginare che non solo si andrà ben oltre il 50% ma che ci si potrebbe avvicinare al 60%. E a tal proposito vale la pena ricordare che alle Europee del 2024 votò in totale solo il 49,7% degli italiani, mentre alle Politiche nel 2022 l’asticella si era fermata al 63,91%. Nemmeno paragonabili, poi, i numeri degli ultimi referendum abrogativi, ben sotto il quorum del 50%: nel 2025 su cittadinanza e lavoro votò in totale il 30,5%.
Tornando ai dati di ieri, la mappa dell’Italia appare già abbastanza chiara, con un Nord dove non si fatica a superare la metà degli elettori e un Sud dove invece l’asticella potrebbe fermarsi sotto. Maglia nera, la Sicilia: alle 23 era attorno al 35%. Sul podio delle regioni con più partecipazione ci sono l’Emilia-Romagna e la Toscana, storicamente “rosse” e quindi associate al no, ma anche Veneto e Lombardia guidate dal centrodestra e considerate favorevoli al sì. In fondo, per percentuali di votanti, Calabria e Campania. Le città con le migliori performance sono Roma, Genova, Verona, Brescia, Treviso, Cremona, Vicenza con percentuali attorno al 50%. Exploit di Milano, oltre il 53%, e Firenze e Bologna entrambe alle 23 attorno al 57%.
Nella sua Palermo ha votato ieri alle 13 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto dagli applausi: «Nostro orgoglio». L’ex premier Romano Prodi all’uscita dal seggio a Bologna ha commentato: «Vedo tanta gente, è un segnale di civiltà». La premier Giorgia Meloni ritirerà la scheda stamattina. Ieri hanno votato il segretario della Lega Matteo Salvini a Roma (di ritorno dal funerale di Umberto Bossi a Pontida e prima di partire per l’Ungheria dove sarà oggi), il leader di Forza Italia Antonio Tajani a Fiuggi e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi a Milano. La segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5s Giuseppe Conte, con il suo cane al guinzaglio, si sono presentati al seggio in mattinata nella capitale. Hanno votato ieri anche Nicola Fratoianni di Avs, Riccardo Magi di +Europa, Carlo Calenda di Azione.
Salvini ha di nuovo rotto il silenzio elettorale: «Dedico questo voto alle decine di migliaia di italiani ingiustamente processati e incarcerati senza che nessuno abbia pagato le conseguenze». Ha ammiccato al sostegno al sì il post sui social del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha pubblicato una sua foto al seggio: «Sì, ho votato». Con lo stesso stile il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli scrive: «Avete votato? Io sì». Uscendo dal seggio, a Milano, Marina Berlusconi ha detto: «È un’occasione che non possiamo farci sfuggire. La dedica è agli italiani, sperando che prevalga il sì per un’Italia civile democratica e moderna».
A Garlasco, in provincia di Pavia, «la notte prima del silenzio elettorale - hanno denunciato Pd, M5s, Avs e il comitato per il no - sono stati strappati tutti i manifesti del no. Un vergognoso episodio». Polemica da destra a Napoli sull’uso dei pulmini del comune per accompagnare i disabili. Il M5s e Avs hanno criticato la «propaganda illegale» in seggi in cui i rappresentanti di lista di FdI avrebbero esposto spillette per il sì.
Un dato finale. Tanti i giovani alle urne, ma un record va di sicuro a Valli Morganti, 104 anni, che si è presentata al seggio a Cascina nel Pisano.