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Funerali Bossi, un rito tra nostalgici. Renzo e la famiglia: “Papà non molliamo”

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Tra i militanti solo vessilli del vecchio Carroccio. Borghezio lasciato fuori dall’abbazia: “Chi ha negato la nostra gente la pagherà”
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Il vecchio ringhio padano “Bossi! Bossi!” si leva nel cielo bigio di Pontida e subito dopo ecco il punto di caduta del funerale di popolo voluto dalla famiglia del Senatùr: «Tutti verso il pratone, aspettiamolo là!». È un segnale. Ma è come se l’antica tribù già sapesse. L’omelia in chiesa è appena iniziata e la folla verde che fino a quel momento gremiva Piazza Giuramento si avvia già al lento pellegrinaggio verso il “sacro suolo” dell’iconografia leghista. Duecento metri in direzione Bergamo. Sul ciglio della strada statale Briantea bloccata.

«Per i traditori oggi è il redde rationem», dice Giorgio Masocco. Un tempo segretario della Lega a Cantù, «secessionista dalla nascita», ora nel “Patto per il Nord”, il partitino dei dissidenti bossiani fondato da Paolo Grimoldi. Masocco ha appena contestato Salvini e Santanchè. Il Capitano evita di percorrere fino in fondo il corteo che segue a passo d’uomo il carro funebre con la salma. «Salvini ridacci la Lega», grida un militante affrontat…

Il vecchio ringhio padano “Bossi! Bossi!” si leva nel cielo bigio di Pontida e subito dopo ecco il punto di caduta del funerale di popolo voluto dalla famiglia del Senatùr: «Tutti verso il pratone, aspettiamolo là!». È un segnale. Ma è come se l’antica tribù già sapesse. L’omelia in chiesa è appena iniziata e la folla verde che fino a quel momento gremiva Piazza Giuramento si avvia già al lento pellegrinaggio verso il “sacro suolo” dell’iconografia leghista. Duecento metri in direzione Bergamo. Sul ciglio della strada statale Briantea bloccata.

«Per i traditori oggi è il redde rationem», dice Giorgio Masocco. Un tempo segretario della Lega a Cantù, «secessionista dalla nascita», ora nel “Patto per il Nord”, il partitino dei dissidenti bossiani fondato da Paolo Grimoldi. Masocco ha appena contestato Salvini e Santanchè. Il Capitano evita di percorrere fino in fondo il corteo che segue a passo d’uomo il carro funebre con la salma. «Salvini ridacci la Lega», grida un militante affrontato a muso duro da Francesca Verdini. «Giuda se ne è andato - gli fa eco Mario Borghezio, lasciato fuori dall’abbazia di San Giacomo -. Chi ha tradito la Lega la pagherà». Voci dallo sfogatoio pontidese. Perché sì, un funerale è un funerale, ma qui c’è una polveriera: vecchi conti mai regolati, “scope” che hanno spazzato senza complimenti, carriere fulminee, tonfi illustri. «Bossi parlava di partite Iva e di secessione, Salvini di ponte sullo Stretto e di Calabria, e ha fatto un partito di estrema destra». Il ligure Fabio Bozzo ha la fascia dei Giovani padani al braccio. «Sono entrato in Lega nel 2001. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato Vannacci. Basta, ho tolto il disturbo». Forse doveva aspettare di non essere più di questa terra, Umberto Bossi, per prendersi la sua rivincita. Sta di fatto che l’allineamento di eventi inaspettati ha prodotto il combinato disposto. «Oggi è tornato padrone a casa sua. Come noi si identificava nell’appartenenza padana, non in quella nazionale. I padani sono come i baschi, i catalani, gli scozzesi». Stefano e Riccardo vengono da Torino. Mai iscritti alla Lega, solo “bossiani da sempre”. «Preferiamo essere dei padani poveri che degli italiani ricchi. Il “prima gli italiani” di Salvini è un concetto anti Lega».

Ovunque sventolano le bandiere del riscatto post mortem. “Lega Nord”, “Lega lombarda”, “Partito popolare del Nord” (la nuova formazione dell’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, ndr); tante con il sole delle Alpi e il leone di San Marco, nemmeno una di “Lega Salvini premier”. Spuntano Confalonieri e Dell’Utri. Chiedono al condannato per concorso esterno in associazione mafiosa che cosa pensava Bossi della Lega salviniana. Risposta: «Stendiamo un velo pietoso…». Poi tratteggia l’ultimo “Umberto”. «Viveva in una casa povera…». È in quella casa, il castelletto essenziale di Gemonio, che la moglie Manuela Marrone e i figli Renzo, Sirio e Roberto l’altra sera hanno deciso come doveva essere l’addio. Non un funerale di Stato ma di popolo. Del “suo” popolo. «Non molliamo. Papà ci ha insegnato questo», dice Renzo Bossi a Repubblica mentre scorta il feretro del padre. L’abbraccio e le condoglianze della gente ammessa in chiesa alla famiglia durano quasi un’ora. «Bossi era un guerriero, io sono nata con la guerra e lo posso dire»: Giuseppina Pirovano, 86 anni, da Milano. Lacrimoni e suono di cornamusa. Fazzoletti verdi, spille di Alberto da Giussano, “Roma ladrona”. Il ricordo di Gabriele Zeggio, un tempo sezione Lega di Cassano Magnago, ovvero il paese di Bossi: «È stato come un padre. Lo hanno tradito i vertici del partito e io ho lasciato». L’ultima Pontida del Senatùr è un’esperienza immersiva, una storia di antropologia politica e sociale. Con delle pieghe curiose. Sul sagrato rispunta il “russo” Gianluca Savoini, l’uomo del Metropol. «Bossi è stato tutto». Da vero galleggiatore non vuole dispiacere né a lui né a Salvini. «I fischi al segretario? Si sa che ci sono dei malumori, ma i focus importanti nella Lega sono rimasti». Vecchia guardia presente al completo. Del fu “cerchio magico” (tragico), non si vede solo Rosi Mauro, ma chissà. La bara di Bossi scende le scale sorretta tra gli altri dallo storico autista Aurelio. Alle 14, il passaggio più atteso: davanti al pratone. Nuvole di fumogeni verdi, un’infilata di striscioni con parole chiave “nord”, “sogno”, “capo”, “grazie”. E “secessione”, certo.

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