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Il Senatùr, Pomicino e le due liturgie: ultimi scampoli della politica che fu

Giulio Andreotti con Paolo Cirino Pomicino

 

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Gli addii all’ex ministro Dc e al leader della prima Lega rievocano quel poco che ancora resta di culture destinate all’oblio. L’urlo “Roma ladrona”e le pareti damascate del Palazzo incarnano stili e idee agli antipodi
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ROMA – Quando scompaiono uno dopo l’altro due esponenti della Prima e della Seconda Repubblica, i riti pubblici rivelano proprio nella morte quel poco che è ancora vivo delle culture politiche oggi comunque destinate all’oblio.

Così il Va pensiero, le camicie verdi e il Sole delle Alpi del funerale indipendentista e padano di Pontida non potrebbero apparire più distanti dalle occhiate, dai bisbigli e dal contegno tutto istituzionale che stamattina accoglierà la camera ardente di Paolo Cirino Pomicino nella ex Sala Gialla, oggi dedicata ad Aldo Moro, nel palazzo di Montecitorio.

Qui, fra damaschi color ocra, specchiere un po’ affumicate, caminetto decorativo e quelle tipiche sedie dorate con la seduta rossa che insieme ai divanetti rococò hanno celebrato i fasti del regime democristiano, ecco, in luttuosa continuità consociativa sono già finiti Andreotti, Ingrao, Rodotà e anche Pannella.

ROMA – Quando scompaiono uno dopo l’altro due esponenti della Prima e della Seconda Repubblica, i riti pubblici rivelano proprio nella morte quel poco che è ancora vivo delle culture politiche oggi comunque destinate all’oblio.

Così il Va pensiero, le camicie verdi e il Sole delle Alpi del funerale indipendentista e padano di Pontida non potrebbero apparire più distanti dalle occhiate, dai bisbigli e dal contegno tutto istituzionale che stamattina accoglierà la camera ardente di Paolo Cirino Pomicino nella ex Sala Gialla, oggi dedicata ad Aldo Moro, nel palazzo di Montecitorio.

Qui, fra damaschi color ocra, specchiere un po’ affumicate, caminetto decorativo e quelle tipiche sedie dorate con la seduta rossa che insieme ai divanetti rococò hanno celebrato i fasti del regime democristiano, ecco, in luttuosa continuità consociativa sono già finiti Andreotti, Ingrao, Rodotà e anche Pannella.

La Sala della Lupa

Da una porta interna si accede alla Sala della Lupa, dove infaustamente si riunirono i deputati dell’Aventino e una ventina d’anni dopo, giugno 1946, venne proclamata la Repubblica. Ma siccome in Italia ciò che appartiene alle istituzioni resta non solo imprevedibile, ma ben aperto ai presagi, poco prima di Tangentopoli si staccò dal soffitto un pezzo di affresco assai pomposo – “Allegoria di Roma” – e poco dopo qualcuno cercò pure di fregarsi certi preziosi reperti etruschi.

Il Bossi fiammeggiante di allora, quello che leggeva i segni e accedeva le platee al grido di «Roma ladrona», ci avrebbe fatto un bel numero. Anche per questo si capisce come l’abbiano voluto portare a Pontida, dove ogni anno rimbambiva i suoi fedeli di proclami, pure costringendoli a giurare.

Però anche qui tutto è sempre più complicato della retorica funebre, per cui a un certo punto il sacro pratone che aveva ospitato promesse di matrimoni di rito celtico e mucchi di pietre per ricordare militanti scomparsi venne minacciato dalla costruzione di un supermarket.

Le zolle in vendita

Dal che Bossi, certo pieno di fantasia mitologica ma non esattamente portato per gli affari, lanciò una sottoscrizione mettendo in vendita zolle di diverse pezzature appartenenti a quel fatidico terreno. Possibile che il modo in cui diversi anni dopo si scoprì come la Lega aveva investito i suoi fondi abbia contribuito a consumare il ricordo di questa e altre iniziative.

Anche di come erano veramente i democristiani, d’altra parte, si va perdendo la memoria. Pure loro lasciarono impicci, debiti, tasse non pagate, società tipo scatole cinesi sparite nei Balcani. E se a monumento di tale caotica dissipazione rimase a lungo la sede di Palazzo Sturzo all’Eur, singolare modello architettonico di fortilizio conventuale, con tanto di scogliera della Verna nelle fondamenta a ricordo del luogo in cui San Francesco ebbe in dono le stimmate, beh, è irresistibile oggi far presente che se lo voleva comprare Donald Trump, anche se l’affare non andò in porto.

Curiose lucette si accendono quando muore qualcuno e ci si ritrova a fare bilanci. Se non fosse per Ugo Sposetti, appassionato curatore non si dirà qui fallimentare, anche il mondo comunista sarebbe scomparso a rischio di ignominia. Del Pci si ricordano quei due autentici riti di passaggio che furono i funerali di Togliatti e di Berlinguer.

Le esequie di Berlusconi

Ma dal punto di vista delle liturgie si avverte un vuoto che a suo modo riabilita la solennità istituzionale della Sala Aldo Moro e del sogno secessionista di Pontida. Per non dire la fantasmagoria trasmessa in diretta tv delle esequie di Berlusconi fuori e dentro il Duomo di Milano: sincere lacrime e red carpet, finte mogli e ex mogli, tifosi milanisti, gabibbi, sciure, onesti pregiudicati, Barbara D’Urso in preghiera e Emilio Fede arrivato in ritardo per via dell’autista, oppure perso, e comunque: “Silvio, portami con te!”.

Tutto intanto polverizza la macina del tempo. Nella cenere restano i ricordi, magari persino lo Spirito, o qualcosa che teniamo dentro senza nemmeno rendercene conto

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