Roberto D’Alimonte, politologo e professore alla Luiss, legge due messaggi nella massiccia affluenza del referendum. Il primo è territoriale: «Il Sud ha tradito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni». Il secondo è di sistema: «Che sia di lezione, le riforme costituzionali vanno fatte con una larga maggioranza e condivise con le opposizioni», ammonisce. «Solo così i cittadini possono convincersi che siano scritte nell’interesse del Paese, e non di una parte sola».
Un passo indietro: perché i sondaggisti non hanno “visto arrivare” una partecipazione così ampia?
«Tanta gente ha deciso all’ultimo minuto. Capita anche con le elezioni politiche. Le rilevazioni hanno difficoltà a stimare chi andrà ai seggi. Talvolta questo rende anche più incerta la previsione dei risultati».
Come si spiega che al referendum abbia votato il 59% degli elettori, dieci punti in più delle europee, per esempio?
«In Italia c’è un astensionismo intermittente. In tanti semplicemente votano in certe occas…
Roberto D’Alimonte, politologo e professore alla Luiss, legge due messaggi nella massiccia affluenza del referendum. Il primo è territoriale: «Il Sud ha tradito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni». Il secondo è di sistema: «Che sia di lezione, le riforme costituzionali vanno fatte con una larga maggioranza e condivise con le opposizioni», ammonisce. «Solo così i cittadini possono convincersi che siano scritte nell’interesse del Paese, e non di una parte sola».
Un passo indietro: perché i sondaggisti non hanno “visto arrivare” una partecipazione così ampia?
«Tanta gente ha deciso all’ultimo minuto. Capita anche con le elezioni politiche. Le rilevazioni hanno difficoltà a stimare chi andrà ai seggi. Talvolta questo rende anche più incerta la previsione dei risultati».
Come si spiega che al referendum abbia votato il 59% degli elettori, dieci punti in più delle europee, per esempio?
«In Italia c’è un astensionismo intermittente. In tanti semplicemente votano in certe occasioni e non in altre».
E cosa li ha riportati alle urne questa volta?
«Era la prima vera occasione dal 2022 per votare a livello nazionale pro o contro il governo. Meloni ha cercato di cambiare questa percezione, ma non c’è riuscita. L’opposizione ha combinato due elementi efficaci: la voglia di mandare un segnale contro l’esecutivo e la difesa della Costituzione».
Le stime danno il No oltre il 60% nella fascia d’età 18-34 anni. È possibile che i giovani abbiano spinto i numeri della partecipazione?
«Andrà confermato con analisi dei flussi più dettagliate. Per ora a dirci molto è la mappa del Paese».
Cioè? Cosa racconta la geografia dell’affluenza?
«Al Nord, dove ci sono stati i picchi di affluenza, la competizione è stata serrata. Tant’è che in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia ha vinto il sì. Al Sud, invece, sono mancati gli elettori della maggioranza, con ogni evidenza. Ai seggi si sono presentati soprattutto i sostenitori dei partiti a favore del No: Pd, Avs e M5s. In sintesi c’è stato un tasso di mobilitazione asimmetrico tra chi vota centrodestra e centrosinistra. Il Meridione ha voltato le spalle a Giorgia Meloni».
È un dato che si può proiettare alle prossime politiche?
«Viviamo in un’epoca di tale volatilità, che è difficile prevedere il mese prossimo. Però è la prima vera sconfitta per Meloni, e le sconfitte di solito hanno una conseguenza: possono far cambiare il vento. Oggi la premier appare meno vincente. Certo, bisognerà vedere come se la giocherà l’opposizione. Sono capaci di suicidarsi in ogni caso».
Lei è un esperto di sistemi di voto. Che effetto avrà il risultato sul cantiere della legge elettorale?
«Posto che a me non dispiace il maggioritario, la proposta del centrodestra ha tanti difetti da correggere in Parlamento. Spero che la sconfitta porti Meloni a cercare una convergenza con le minoranze. Oggi ha un peso politico minore, e dunque meno capacità di imporre le sue scelte».