«Abbiamo utilizzato un linguaggio tecnico giuridico incomprensibile alle persone semplici. La Sora Lella, non essendo una giurista, nel clima esasperato che c’è stato si è spaventata, anche per gli attacchi ai giudici, e ha preferito non fare salti nel buio. Stavolta la sinistra, pur facendo demagogia, è scesa dal piedistallo dell’armocromismo, noi ci siamo saliti». È l’analisi che fa a caldo Fabio Rampelli, tra i fondatori di FdI, vicepresidente della Camera.
Onorevole Rampelli, la vittoria del No è un segnale anche politico al governo. O no?
«Il referendum, per la Costituzione, è lo strumento con cui il cittadino è chiamato a una responsabilità in più, rendendosi autonomo dal partito per cui simpatizza. L’abbiamo detto da subito, il governo Meloni sarà giudicato per il suo operato alla fine della legislatura. Le guerre poi hanno scatenato una paura mista a un sentimento anti-americano, che ha certamente attecchito tra i giovani. Il governo ha mantenuto una postura corretta, che…
«Abbiamo utilizzato un linguaggio tecnico giuridico incomprensibile alle persone semplici. La Sora Lella, non essendo una giurista, nel clima esasperato che c’è stato si è spaventata, anche per gli attacchi ai giudici, e ha preferito non fare salti nel buio. Stavolta la sinistra, pur facendo demagogia, è scesa dal piedistallo dell’armocromismo, noi ci siamo saliti». È l’analisi che fa a caldo Fabio Rampelli, tra i fondatori di FdI, vicepresidente della Camera.
Onorevole Rampelli, la vittoria del No è un segnale anche politico al governo. O no?
«Il referendum, per la Costituzione, è lo strumento con cui il cittadino è chiamato a una responsabilità in più, rendendosi autonomo dal partito per cui simpatizza. L’abbiamo detto da subito, il governo Meloni sarà giudicato per il suo operato alla fine della legislatura. Le guerre poi hanno scatenato una paura mista a un sentimento anti-americano, che ha certamente attecchito tra i giovani. Il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi. E poi restano gli altri “buchi neri” del centrodestra: le grandi città e le regioni rosse».
Qualche errore l’avrete fatto...
«Non siamo riusciti a far capire che la riforma era a favore dei magistrati, per liberarli dal ricatto delle correnti minoritarie e politicizzate, quindi per diventare più efficienti e ricostruire la fiducia perduta. La gente vuole che si occupino più dei reati sociali che di quelli mediatici. Se la riforma avesse voluto sottomettere la magistratura alla politica avrei votato contro anch’io. Gli elettori hanno scelto di schierarsi contro questa mistificazione, non contro la riforma. E poi ci siamo impiccati all’articolo 111, il linguaggio incomprensibile di cui parlavo».
Che conseguenze ci saranno in maggioranza? Sono davvero escluse le elezioni anticipate?
«Nessuna, anzi, la violenza che ci è stata riversata addosso, come sempre capita, ci renderà più solidi e compatti. La politica di questo tempo ha disimparato a discutere, ragionare, fare strategia… era una vittoria possibile».
Sulla legge elettorale andrete avanti da soli o cercherete un dialogo con l’opposizione?
«Il dialogo lo abbiamo cercato sul premierato, rinunciando al presidenzialismo per incontrare il favore dell’opposizione; sulla giustizia, incardinando una legge che per sei volte aveva provato a fare la sinistra e lo cercheremo anche sulla legge elettorale. Ma finora non c’è stata volontà di condivisione da Schlein e Conte».
La capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, rimarrà al suo posto anche dopo questa sconfitta?
«Sono contrario ai processi sommari e tutti sanno che Giusi Bartolozzi, magistrato, in quel famoso intervento si riferiva ai giudici ideologizzati e non alla magistratura in quanto tale. Per intenderci a quelli che saltellavano ieri a Napoli canticchiando “chi non salta Meloni è”. Non è un buon segnale di imparzialità per una toga mischiarsi con le tifoserie».
E Delmastro? Non è inopportuno che un sottosegretario faccia affari con il prestanome di un clan?
«La campagna referendaria è finita, possiamo provare a essere obiettivi? Quando ha saputo chi era il padre del suo socio ha immediatamente venduto le quote. Nessun affare con i clan, semmai troppa leggerezza, questo sì, che pure è un difetto grave, ma non ha niente a che spartire con la mafia».