Nordio sotto assedio: “Ma non è un risultato politico”. Bartolozzi e Delmastro in bilico
di Giuliano FoschiniIl giorno dopo, al ministero della Giustizia, il silenzio pesa più delle parole. Quelle ufficiali, affidate a una nota, provano a sottrarre il risultato del referendum a una lettura politica. «Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano», dice Carlo Nordio. «Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico».
Ma è esattamente ciò che, lontano dai microfoni, dentro la maggioranza e nel governo, tutti stanno facendo. Perché la sconfitta ha bisogno di una spiegazione. E, come sempre accade, anche di un responsabile. Il punto di caduta, nei ragionamenti che attraversano palazzo Chigi e i gruppi parlamentari, è via Arenula. Il ministero della Giustizia. Non il ministro, però. Nordio resta intoccabile. Ma sotto il livello formale, il discorso cambia.
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Il giorno dopo, al ministero della Giustizia, il silenzio pesa più delle parole. Quelle ufficiali, affidate a una nota, provano a sottrarre il risultato del referendum a una lettura politica. «Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano», dice Carlo Nordio. «Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico».
Ma è esattamente ciò che, lontano dai microfoni, dentro la maggioranza e nel governo, tutti stanno facendo. Perché la sconfitta ha bisogno di una spiegazione. E, come sempre accade, anche di un responsabile. Il punto di caduta, nei ragionamenti che attraversano palazzo Chigi e i gruppi parlamentari, è via Arenula. Il ministero della Giustizia. Non il ministro, però. Nordio resta intoccabile. Ma sotto il livello formale, il discorso cambia.
Perché se il ministro è blindato, lo stesso non vale per chi gli sta intorno. Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi diventano così i nomi che tornano con più insistenza nelle conversazioni. I punti deboli. Le crepe, con la possibilità concreta che per evitare che tutto crolli vengano invitati a lasciare i ruoli che oggi ricoprono. Delmastro è già dentro una tempesta giudiziaria. L’inchiesta della procura di Roma sulla vicenda del ristorante lo ha travolto politicamente prima ancora che giudiziariamente. I suoi stessi amici lo ritengono indifendibile: lo hanno protetto dopo la condanna in primo grado. Erano pronti a farlo davanti a un appello che promette di essere assai complesso, con un ulteriore elemento di tensione: secondo quanto emerge dagli atti, e come è scritto nella sentenza di primo grado, proprio Bartolozzi avrebbe tentato di costruire un atto ad hoc per alleggerire la posizione del sottosegretario. «Ma la questione del ristorante con la figlia del prestanome del boss è molto di più», ragiona proprio un importantissimo esponente di FdI, senza nascondere l’imbarazzo di queste ore. «L’ha fatta troppo grossa».
E poi c’è Bartolozzi. Che arriva a questo passaggio già logorata. Prima il caso Almasri. Poi quel modo di gestire il ministero da «zarina»: ha cambiato tutti i dirigenti, gira per i corridoi del ministero come fosse casa sua, lasciando fuori dai cancelli le auto dei sottosegretari e immaginando di aprire un salone per parrucchieri nelle stanze del palazzo, dove un tempo c’erano i locali della Gazzetta Ufficiale. «Difficilmente lo potrà fare ora», diceva ieri sera un collega di via Arenula, davanti a un bicchiere di bollicine. «Come nei giorni di festa», sorride. Quella frase sul «plotone di esecuzione» è rimasta come una cicatrice politica. Non solo per il contenuto, ma per ciò che ha prodotto: tensioni con palazzo Chigi, richieste di scuse rimaste a lungo inevase, una gestione percepita come incontrollata proprio nei giorni decisivi della campagna. A rendere il quadro ancora più delicato c’è il fatto che l’inchiesta su Bartolozzi è ormai chiusa e si avvia verso la richiesta di rinvio a giudizio. Così, mentre ufficialmente si minimizza, nei fatti si ragiona su come riorganizzare il ministero senza toccare il vertice politico. Delmastro potrebbe uscire definitivamente, Bartolozzi essere spostata alla guida di un dipartimento.
Nordio invece, per quanto continui a difendere la sua capa di gabinetto, ragiona sulle prime mosse da compiere: un tavolo per uniformare le procure sui criteri dell’azione penale, norme garantiste, sblocco dell’iter in Parlamento per le nuove leggi sul sequestro degli smartphone e la riforma sulla prescrizione sono i primi punti in un’agenda. Che però è stata già travolta dalla cronaca. Da un lato c’è infatti la necessità di non dare l’impressione di una resa. Dall’altro la consapevolezza che qualcosa, dentro via Arenula, si è irrimediabilmente incrinato. «Non era un voto sul governo. Ma al ministero qualcosa deve cambiare», dicono da FdI. Come a dire: Nordio resta. Ma attorno a lui, la partita è appena cominciata.
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