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Il gelo degli alleati su Delmastro e Bartolozzi: “Affare interno a FdI, repulisti necessario”

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Forza Italia e Lega scelgono il profilo basso ed evitano di commentare il terremoto del ministero della Giustizia. Ma anche tra gli eredi di Berlusconi c’è aria di resa dei conti
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ROMA – Mentre le note pubbliche di Fratelli d’Italia fanno lo sforzo di tributare all’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “un alto senso dello Stato” per il passo indietro, a microfoni spenti i parlamentari meloniani tirano un sospiro di sollievo: “L’opinione diffusa – commenta un senatore – è che le dimissioni fossero un segnale necessario”. Tanto le sue quanto quelle della capo di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi.

Gli alleati invece attendono, seduti in riva al fiume. Silenti. Nessun comunicato, fino a sera, sul terremoto del ministero della Giustizia. Né dalla Lega né da Forza Italia. I vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani sarebbero stati avvisati solo nel pomeriggio, a ridosso della deflagrazione. La convinzione, dentro entrambi i partiti, è che sia meglio tenersi a debita distanza da “una questione tutta interna a FdI”. Nella Lega poi, la consegna del silenzio è totale: prima ancora che cominciassero a cadere le teste, l’indicazione dei vertic…

ROMA – Mentre le note pubbliche di Fratelli d’Italia fanno lo sforzo di tributare all’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “un alto senso dello Stato” per il passo indietro, a microfoni spenti i parlamentari meloniani tirano un sospiro di sollievo: “L’opinione diffusa – commenta un senatore – è che le dimissioni fossero un segnale necessario”. Tanto le sue quanto quelle della capo di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi.

Gli alleati invece attendono, seduti in riva al fiume. Silenti. Nessun comunicato, fino a sera, sul terremoto del ministero della Giustizia. Né dalla Lega né da Forza Italia. I vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani sarebbero stati avvisati solo nel pomeriggio, a ridosso della deflagrazione. La convinzione, dentro entrambi i partiti, è che sia meglio tenersi a debita distanza da “una questione tutta interna a FdI”. Nella Lega poi, la consegna del silenzio è totale: prima ancora che cominciassero a cadere le teste, l’indicazione dei vertici era di parlare il meno possibile del referendum per non lasciare le impronte digitali su una battaglia persa (e mai amata). E allora non è solo una battuta quella del ministro Roberto Calderoli che, intercettato dai cronisti, a una domanda sulla consultazione risponde: “Io penso solo all’autonomia”. In fondo è anche la linea del partito: pensiamo ai fatti nostri. Certo, con la promessa dell’anonimato, un dirigente leghista ammetta che sì, la campagna referendaria avrebbe richiesto “condotte più misurate”, e dunque “era inevitabile che alcuni atteggiamenti avessero delle ricadute”.

A domanda esplicita, qualche forzista non si sottrae. Il portavoce di FI Raffaele Nevi concede che Delmastro e Bartolozzi “hanno fatto bene perché hanno tolto un alibi a chi ci vuole attaccare”, mentre il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè plaude alla scelta non dei dimissionari, ma della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Ha mostrato senso di responsabilità e di maturità, ha fatto ciò che andava fatto, togliendo le carte false dal mazzo”. Stoccata ai due protagonisti che, opinione unanime nel centrodestra, hanno danneggiato la campagna referendaria. Tant’è che tra gli azzurri, un altro parlamentare si lascia sfuggire: “Meloni avrebbe solo dovuto metterli alla porta prima per togliere frecce all’arco dei sostenitori del no”. Davanti al repulisti di Fratelli d’Italia, c’è però anche un sentimento diverso tra i forzisti: quasi di invidia. Ieri il leader del partito Antonio Tajani ha riunito i vertici per ragionare sulla batosta referendaria contro il quale si è infranto il “sogno di Silvio Berlusconi”. Presenti o collegati i vicesegretari Debora Bergamini, Stefano Benigni, Roberto Occhiuto e Alberto Cirio, i capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli. Il ministro degli Esteri ha fatto un appello: “Nessuna polemica dentro e fuori, non giochiamo allo scaricabarile, nemmeno con gli alleati”.

E però le polemiche all’interno, seppure sopite e bisbigliate, esistono. A Montecitorio, nel pomeriggio, c’era grande agitazione tra i deputati. Telefonate, reciproche domande senza risposta. Una minoranza del partito, a cui dà voce un dirigente a taccuini chiusi, è che “l’interventismo di Meloni dovrebbe essere un esempio, i nostri utilizzano la tecnica dell’opossum per fingere che non sia accaduto niente”. Nessun cambiamento in arrivo, nonostante le recriminazioni della famiglia Berlusconi. Nessuna riflessione sui volti nuovi: “I capigruppo come sempre rimangono lì”, è solo uno degli esempi. L’unico segnale – considerato modesto – saranno i congressi regionali che si terranno in primavera: appuntamenti a rischio zero per l’attuale leadership. Tuttavia gli eletti più vicini a Marina e Pier Silvio ipotizzano che, questa volta, i figli del fondatore di FI non rimarranno inerti. Per questo tra gli azzurri la voglia di invischiarsi nei problemi di casa d’altri è bassa: “Pensiamo ai nostri prima”, è la riflessione dei più critici.

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