Meloni e il sacrificio della Pitonessa, dalle borse al dito medio: una visibilità sopra le righe
di Filippo CeccarelliSe davvero è questo il tempo selvaggio del ferro e del fuoco, della regressione civile e del tribalismo di giornata, non è poi così azzardato pensare che nel governo Meloni è giunto il momento dei sacrifici umani e che sull’altare è stata trascinata la Pitonessa.
Del resto anche il nomignolo, rivendicato con entusiasmo dalla titolare Santanchè, ha una sua risonanza fra l’arcaico e il mitologico, per quanto non sia ancora chiaro se derivante dalla figura oracolare della Pizia, che al santuario di Delfi era pure detta la Pitonessa, o da una assai greve barzelletta, pare diffusa dal primo marito del soggetto in questione, su un coniglietto al bordello — tra i due dilemmatici estremi dovendosi giostrare il giornalismo politico nel XXI secolo.
Spesso e volentieri l’ha messo a dura prova in questi ultimi vent’anni la ministra dimissionaria del Turismo, che l’altro giorno sulla Terrazza della Rinascente ha ritenuto indispensabile presentare la “versione umana” della campagna “Open Meraviglia…
Se davvero è questo il tempo selvaggio del ferro e del fuoco, della regressione civile e del tribalismo di giornata, non è poi così azzardato pensare che nel governo Meloni è giunto il momento dei sacrifici umani e che sull’altare è stata trascinata la Pitonessa.
Del resto anche il nomignolo, rivendicato con entusiasmo dalla titolare Santanchè, ha una sua risonanza fra l’arcaico e il mitologico, per quanto non sia ancora chiaro se derivante dalla figura oracolare della Pizia, che al santuario di Delfi era pure detta la Pitonessa, o da una assai greve barzelletta, pare diffusa dal primo marito del soggetto in questione, su un coniglietto al bordello — tra i due dilemmatici estremi dovendosi giostrare il giornalismo politico nel XXI secolo.
Spesso e volentieri l’ha messo a dura prova in questi ultimi vent’anni la ministra dimissionaria del Turismo, che l’altro giorno sulla Terrazza della Rinascente ha ritenuto indispensabile presentare la “versione umana” della campagna “Open Meraviglia”, ossia la timida ragazza, a nome Francesca, che l’ha ispirata. Dopo di che ha spiegato che «possiamo vendere la nostra bellezza, lo dico tra virgolette, eh!» con lo scopo di rendere “sexy” l’offerta turistica.
Il cursus honorum santanchesco è ricco e vario, in ordine sparso contempla l’esordio con Briatore, la chirurgia plastica, il dito medio, il tacco 12, i cappelloni da cow boy, i doposci pelosissimi, il centrotavola elaboratissimo, la fondazione del partitello “La Destra”, con enormi murales di se medesima sui palazzi, e di un giornale graziosamente intitolato “Io spio”; quindi burka strappati in piazza, tele-invasioni nei campi rom, la zuffa in aula quando Wojtyla venne a Montecitorio con Ale Mussolini che le tirò la trecciona ritrovandosela in mano, insomma, che si vuole di più?
Se si vuole, e certo ne vale la pena, è possibile ricordare che paragonò l’igienista dentale Minetti a Nilde Iotti e rivelò che Veronica Lario aveva l’amico; così come ha proposto la castrazione chimica e la riapertura delle case chiuse, mentre Paolo Cirino Pomicino, ex buon amico, ha rammentato che a suo tempo ingaggiò un professore per darle lezioni di storia patria mentre lei si faceva il pedicure, ma qui siamo già nella leggenda del tipo iperbolico, dal che è irresistibile riportare la vociferazione secondo cui sul suo yacht, con la complicità dell’amato figliolo, avrebbe montato una specie di enorme fionda, o catapulta che fosse, per tirare gavettoni di acqua fredda sulle barche degli amici ricconi.
Come tutti i sacrifici umani, anche questo di Danielona è crudele, ingiusto e inutile. Se la regina Giorgia pensa di immolarla per propiziarsi i favori della Dea Stabilità, o peggio di placarne l’ira post-referendum, anche qui è lecito pensare: troppo facile. Come si dice in questi casi, doveva pensarci prima di farla ministra, quando già era chiaro che avrebbe portato guai al partito e alla compagine; e poi di difenderla, fin dall’estate del 2023, ben oltre l’indifendibile.
E siccome per nulla che è perso, nulla è mai perso, torna utile utile qui e proprio oggi ricordare come in quella calda stagione già s’intrecciarono le vicende di Delmastro e di Santanché, più il caso di Apache La Russa, ma a Palazzo Chigi non trovarono di meglio che inaugurare, con nota ufficiosa, la teoria secondo cui la magistratura, i poteri costituiti e “i soliti noti” si erano messi in testa di fare l’opposizione a Giorgia, non ancora proclamata Figlia del Popolo.
Ci si risparmiano digressioni sul rapporto fra l’Antico Testamento, i Maya, gli Aztechi, Ifigenia e l’assassinio rituale ed espiatorio. Ingombrante Santanchè era prima, per Meloni, e ingombrante sarà anche dopo le dimissioni, con il peso aggiuntivo dell’ira e del risentimento di La Russa, di colpo ignorato nel ruolo di padre nobile e ormai inutilizzabile come lord protettore. È anche vero che nelle ore liete cantò a Radio Atreju “Non sono una santa”, ma molto, se non tutto, lascia pensare che la Pitonessa la vivrà come un tradimento personale. Lei che in tal modo si rivolse ai comuni nemici: «Io sono l’emblema di tutto ciò che detestate, io sono il vostro male assoluto!».
Poi sì, certo, la sconfitta referendaria e adesso le convenienze, gli interessi, i compromessi del potere impongono ai capi di sacrificare chi non vorrebbero. E però, nel caso di Santanchè, il carattere di fuoco non prevede né atti di sottomissione né una particolare attitudine al vittimismo. Facile al “chi se ne frega”, in un momento particolarmente critico la Pitonessa ne pronunciò uno che sembrò diretto alla figura della regina.
E comunque: «Nella vita — scandì un giorno — è meglio fare invidia che pietà».
Ciò detto, a livello di affari, di frasi stentoree a sfondo egotico e di stile nei comportamenti Santanchè ne ha combinate di cotte e di crude, e infatti a parte i fallimenti, le inchieste, i rinvii a giudizio — in una vicenda aziendale si è dovuto registrare anche il triste caso di un suicidio — ce n’è sempre qualcuna, dall’oligarca kazaco del ristorante di Cortina alla saga delle borse tarocche, a parte l’impiccio Visibilia; e in questo senso mirabile saggio di scultorea arroganza resta un comunicato diffuso dall’ufficio stampa del suo ministero: «Daniela Santanchè non ha nulla da dichiarare perché non c’è nulla da dichiarare».
Ma poi è pur vero che dentro al potere si sta tutti sempre appesi a un filo. Chi sta in alto taglia quello che le conviene; se non lo fa, peggio per lei. In genere serve solo a prolungare quello che comunque è già destinato a finire.