La caporetto di Nordio: barricate per Bartolozzi. Poi l’altolà da Palazzo Chigi
di Conchita SanninoIl ministro della Giustizia Carlo Nordio
(lapresse)ROMA – «Le sconfitte si pagano, inutile far finta di nulla». Sono le nove del mattino, Carlo Nordio lo dice per vezzo. È sotto choc per la sconfitta, ma ostenta sicurezza e su Sky Tg24 torna spericolatamente a difendere sia Delmastro sia Bartolozzi, escludendo per loro ogni ipotesi di conseguenza. «Ma io l’anno prossimo tornerò ai miei hobby», concede: alle prossime Politiche lascerà ogni incarico. Non sa che sta già danzando sul burrone, né quanto sia salato il conto che gli presenta il suo day after, nell’effetto domino innescato da quei quasi 15 milioni di “no” scagliati dalle urne sul governo, oltre che sulla sua riforma.
Dieci ore di resa dei conti e telefonate tesissime con via della Scrofa prima e con palazzo Chigi dopo. Dieci ore di psicod…
ROMA – «Le sconfitte si pagano, inutile far finta di nulla». Sono le nove del mattino, Carlo Nordio lo dice per vezzo. È sotto choc per la sconfitta, ma ostenta sicurezza e su Sky Tg24 torna spericolatamente a difendere sia Delmastro sia Bartolozzi, escludendo per loro ogni ipotesi di conseguenza. «Ma io l’anno prossimo tornerò ai miei hobby», concede: alle prossime Politiche lascerà ogni incarico. Non sa che sta già danzando sul burrone, né quanto sia salato il conto che gli presenta il suo day after, nell’effetto domino innescato da quei quasi 15 milioni di “no” scagliati dalle urne sul governo, oltre che sulla sua riforma.
Dieci ore di resa dei conti e telefonate tesissime con via della Scrofa prima e con palazzo Chigi dopo. Dieci ore di psicodramma a porte chiuse tra lui e la capo di gabinetto, di pugni sul tavolo e luci accese fino a tardi in via Arenula, dopo il diktat che gli impone di far rotolare le due teste, mentre lui insiste a proteggere la magistrata siciliana (peraltro indagata nel caso Almasri), fino a minacciare di gettare la spugna. Ma sono le sorelle d’Italia, non lui, a stabilire il grado del sisma, e fin dove crollano gli argini. La consegna è: mostrare ai troppi elettori di centrodestra che hanno votato no («Il 18 per cento? Troppi», dice lui stesso) che «la severità chiesta ai magistrati per giudicarsi tra loro, deve valere anche per noi», ecco il messaggio delle sorelle Meloni.
La mattinata si apre con la prima intervista tv. Il Nordio post-debacle recita il mea culpa. «Mi assumo la responsabilità politica della sconfitta. I difetti di comunicazione sono stati anche miei», celebra l’Anm, i «veri vincitori: hanno avuto una formidabile capacità propulsiva», se la prende con i sondaggisti, «è la prima cosa che non ha funzionato: ci dicevano che più aumentava l’affluenza, più era favorito il sì e abbiamo detto ai cittadini “andate a votare”». Poi commette l’errore: «grave». La difesa a spada tratta: blanda su Delmastro, «Chiarirà, ne sono sicuro», perentoria su Bartolozzi, «Non è in discussione». È lo stesso schema che vuole ripetere al Tg1, già fissato alle 18. Macché. In Ministero lo aspetta un muro. Lui reagisce, non può rimangiarsi ogni cosa.
Invece. Spinto a mettere alla porta il sottosegretario potente e spesso tollerato. Costretto dalla premier a mollare la sua ingombrante e sempre blindatissima capa di gabinetto, l’intoccabile Bartolozzi che invocava «un sì, per liberarsi della magistratura» fatta di «plotoni di esecuzione». Il Guardasigilli attraversa il suo giorno più cupo. È in un ufficio ormai svuotato, su cui cala la scure di Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano. La fase acuta è di lunghissima gestazione, addirittura tre ore. Nordio si chiude in stanza prima con entrambi: Delmastro e Bartolozzi. «Ormai è fatta, lascio», si arrende il sottosegretario, che intanto ha parlato con Meloni. L’ultimo round, anche umanamente più duro, è quello tra il ministro e la “zarina”. Sull’ufficio del Guardasigilli per oltre 180 minuti resta accesa la luce rossa, vietatissimo entrare, indice dei vertici ad alta tensione. Bartolozzi deve lasciare, no alternativa, lui minaccia di andarsene, le opposizioni incalzano: a che ora se ne va anche Nordio? E sono le 19.40 quando dal suo staff arriva la nota: «Resta al suo posto».
La sera scende su un Ministero che è un guscio vuoto, il cerchio magico rimosso di peso, l’agguerrita zarina con i cartoni a svuotare la stanza mentre Nordio oggi è atteso al question time alla Camera. Chi lo saluta lo vede molto provato: più dei mesi di tour, più della sconfitta, pesa il braccio di ferro interno che ha perso. E con i due “falchi” che abbandonano, si fa largo l’ipotesi del disgelo tra via Arenula e Anm: «Pronti a collaborare», si dicono, mediatore il viceministro Sisto. Il nuovo capo di gabinetto è il magistrato Vittorio Corasaniti, area Mi, vicino al governo. Il caso vuole sia nipote di quel maestro del diritto, Aldo, già presidente della Consulta, che firmò la sentenza (la 189 del 1992) in cui si celebrava il Csm come «organo di sicuro rilievo costituzionale»: è l’ultima beffa dietro la grande stangata.