Santanchè sotto assedio prova ancora a resistere: “Il mio caso è diverso”
di Lorenzo De CiccoLunedì sera, mentre l’onda del No si abbatteva sul governo, Daniela Santanchè era tranquilla, a passeggio col suo Dimitri per le vie di Milano. Abituata da trent’anni ai marosi della politica, anche a quelli più turbolenti e improvvisi, tutto si sarebbe aspettata, tranne questo. Di venire sacrificata dall’oggi al domani sull’altare del referendum. Di finire insomma a recitare la parte del capro espiatorio più pregiato, per una partita che Giorgia Meloni, e il grosso di FdI, non le hanno nemmeno fatto disputare. Tenuta lontana dai comizi del Sì, pure dal Teatro Parenti di Milano, quello della discesa in campo della premier: era a Napoli, per un evento del turismo “già programmato”. Invece ieri mattina intuisce che stavolta la sua riluttanza a cedere i galloni ministeriali incrocia uno scoglio troppo grosso. Meloni ha deciso: te ne devi andare, oggi stesso, il messaggio che le viene recapitato.
Lunedì sera, mentre l’onda del No si abbatteva sul governo, Daniela Santanchè era tranquilla, a passeggio col suo Dimitri per le vie di Milano. Abituata da trent’anni ai marosi della politica, anche a quelli più turbolenti e improvvisi, tutto si sarebbe aspettata, tranne questo. Di venire sacrificata dall’oggi al domani sull’altare del referendum. Di finire insomma a recitare la parte del capro espiatorio più pregiato, per una partita che Giorgia Meloni, e il grosso di FdI, non le hanno nemmeno fatto disputare. Tenuta lontana dai comizi del Sì, pure dal Teatro Parenti di Milano, quello della discesa in campo della premier: era a Napoli, per un evento del turismo “già programmato”. Invece ieri mattina intuisce che stavolta la sua riluttanza a cedere i galloni ministeriali incrocia uno scoglio troppo grosso. Meloni ha deciso: te ne devi andare, oggi stesso, il messaggio che le viene recapitato.
A fare da messaggero, confidano i Fratelli nel giorno del grande scompiglio, è l’amico di una vita, Ignazio La Russa. “Dimettermi? E perché? Non ci penso nemmeno”, è la risposta, edulcorata, che rimbalza fino a via della Scrofa. Il pressing è martellante. Come capitò un anno fa quando, dopo il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali, il grosso del partito l’aveva scaricata. Di più: la davano già dimissionata, sull’uscio di Palazzo Chigi. Il tormentone durò lo spazio di un paio di settimane. Ai biasimi di un pezzo di FdI Santanchè rispose, era fine gennaio del 2025, tra gli yatch del lungomare di Jedda con uno scanzonato “chissene”. E in effetti, un anno dopo, eccola ancora lì.
A questo giro però, le fa capire Meloni per interposto presidente del Senato, la pazienza è finita. Entro sera, le dimissioni vanno servite sul piatto. Sulla scia di Delmastro e Bartolozzi, per chiudere la partita. È la stessa premier, fallito il tentativo dell’“amico Ignazio”, a spendersi. Altrimenti FdI, clamoroso, si asterrà sulla mozione di sfiducia contro la sua ministra.
Ma a queste richieste sempre più pressanti, Santanchè oppone per tutto il giorno il suo ostinato diniego. Con ragionamenti così: “Delmastro è rimasto al governo da condannato per un anno, perché dovrei lasciare io con un semplice rinvio a giudizio?”. Gli sfoghi proseguono, saettano nelle chat roventi dei Fratelli, chi l’ha sentita aggiorna gli altri. È sempre Delmastro, il tarlo della “pitonessa” tradita. Lamenta un doppiopesismo. Le sventure dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia, è il senso dei ragionamenti di Santanché, hanno avuto a che fare “con la sua attività al governo” (la condanna in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio) o comunque, vedi la storiaccia della bisteccheria aperta con la figlia di un camorrista, “negli anni in cui è stato al governo”. Mentre nel suo caso, è la lamentela più ripetuta, tutto risale “alla mia privata attività di imprenditrice”. Tutte “storie peraltro vecchie di anni”, che “nulla hanno a che fare con il mio ruolo di ministro”. Rivendica pure i dati, i suoi “record” al dicastero di via di villa Ada: “Nei primi mesi dell’anno stimiamo 100 milioni di presenze”. Ostenta il favore del grosso delle associazioni di categoria. I nemici interni rovesciano le considerazioni più politiche: “Daniela ci aveva sempre detto che non si sarebbe dimessa visto che Delmastro rimaneva sottosegretario. Ora quell’alibi non c’è più e ne deve trarre le conseguenze”. Inutile dire che anche questa teoria non ha convinto l’interessata.
Ma anche l’ultima trincea retorica, quanto può reggere davanti a una presidente del consiglio che, spazientita, chiede la tua testa, prima al telefono, poi via nota ufficiale di Palazzo Chigi? “Stavolta Daniela dovrà cedere”, profetizzano i colleghi di partito. Del resto sempre lei, nelle ore più tormentate di un anno fa, aveva promesso davanti a telecamere e taccuini: “Se me lo chiedesse il presidente del consiglio, mi dimetterei un minuto dopo”. Invece ieri di minuti ne sono passati un’infinità, dopo la nota di Meloni. Un’ora dopo l’altra. Su Roma cala la notte. Forse l’ultima della ministra, che dei Fratelli custodisce tanti segreti.