Nordio tradito dalla destra nella sua Treviso: “Se resiste incide marchio della sconfitta su Meloni”
dal nostro inviato Giampaolo VisettiTREVISO - “Voleva passare alla storia: ci è riuscito, ma per ragioni opposte alle sue ambizioni”. L’ultimo schiaffo a Carlo Nordio, nella sua Treviso, arriva dall’ex sindaco Giovanni Manildo, leader del centrosinistra in Regione. Sintetizza una visione del tonfo referendario che nella Marca non appartiene però solo al fronte del No. A tradire il Guardasigilli, nel Veneto del record pro Sì, anche fedelissimi di Lega, FdI e FI: 400 mila i voti persi dalle ultime politiche, solo Verona e Rovigo i capoluoghi fedeli al governo. Davanti a uno spritz, la verità popolare: “A Carletto – si dice ai tavolini in piazza dei Signori – glielo ripetevamo: qui non piace, il sabato mattina, vederti comprare il formaggio da Danesin con quattro auto di scorta che lampeggiano. Lungo il Sile si vola basso: lui ha alzato la testa ed è stato impallinato”.
La conferma, nei numeri. Alle regionali d’autunno il leghista Stefani qui ha preso oltre il 62%: il Sì, nella città del sindaco zaiano Mario Conte, è …
TREVISO - “Voleva passare alla storia: ci è riuscito, ma per ragioni opposte alle sue ambizioni”. L’ultimo schiaffo a Carlo Nordio, nella sua Treviso, arriva dall’ex sindaco Giovanni Manildo, leader del centrosinistra in Regione. Sintetizza una visione del tonfo referendario che nella Marca non appartiene però solo al fronte del No. A tradire il Guardasigilli, nel Veneto del record pro Sì, anche fedelissimi di Lega, FdI e FI: 400 mila i voti persi dalle ultime politiche, solo Verona e Rovigo i capoluoghi fedeli al governo. Davanti a uno spritz, la verità popolare: “A Carletto – si dice ai tavolini in piazza dei Signori – glielo ripetevamo: qui non piace, il sabato mattina, vederti comprare il formaggio da Danesin con quattro auto di scorta che lampeggiano. Lungo il Sile si vola basso: lui ha alzato la testa ed è stato impallinato”.
La conferma, nei numeri. Alle regionali d’autunno il leghista Stefani qui ha preso oltre il 62%: il Sì, nella città del sindaco zaiano Mario Conte, è crollato 49,61. Il problema? “Restiamo una città statalista, assistenzialista e napoleonica – dice l’ex sindaco lighista Gian Paolo Gobbo – con prefettura, tribunale, forze armate e università. In provincia si produce, a Treviso si consuma: la bocciatura di Nordio conferma l’attualità di una dirompente questione settentrionale, generata dalla dinamicità periferica a cui si oppone il conservatorismo urbano”. Magra consolazione: nel luogo dove è nato, il ministro della Giustizia ha perso meno che negli altri capoluoghi veneti, con il No tra il 56,8% di Padova e il 51,69 di Vicenza. “Per educazione – dice Manildo – non chiedo le dimissioni: fossi in lui lo riterrei un atto dovuto”.
A pesare, convinzione comune, il profilo “tecnico” di Nordio. Nell’era Dc, fino ai fasti socialisti e berlusconiani, se una città vantava un ministro ne era trasversalmente dominata. Sospesa la monarchia del Doge Zaia, “essere al governo – dice il politologo trevigiano Paolo Feltrin – non assicura invece più rendite. Pesano così l’estraneità della destra alle élite urbane, il risultare antipatico di Nordio alla tivù, ideologa di chi vive nei paesi. La gente, se non l’ascolti, ti considera alieno: smette di sostenerti e neppure te lo dice”.
Per la destra, pur egemone nel Nordest, l’incubo è ora un effetto-Nordio proiettato fino alle politiche 2027. “Nessuna paura – dice il sindaco Conte, presidente Anci del Veneto –: al ministro è stata contrapposta la Costituzione, ma quando la scelta è tra Meloni e Schlein la musica cambia”. Proprio Conte, l’anno prossimo, potrebbe dimettersi per sfidare lo stop a Nordio e tentare il salto in parlamento.
Il voto comunale incombe però a Venezia, dove il ministro è stato a lungo procuratore aggiunto. Anche in laguna, la sorpresa: No al 55,13% e Nordio umiliato, nell’indifferenza per la sua fama di persecutore di Tangentopoli. “Nessuna sorpresa – dice l’ex senatore Pd Felice Casson, magistrato simbolo delle inchieste contro corruzione e terrorismo – a Treviso e a Venezia la gente lo conosce: per questo gli si oppone. Per passare da Mani Pulite a Mani Libere ha seminato un sacco di balle, a partire dal suo essere garantista. L’addio dovrebbe essere scontato, se non arriva è un regalo per l’opposizione: l’esito del referendum, con le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, certifica che Nordio è isolato e la politica giudiziaria di questo governo al capolinea”.
Un attacco che il senatore Raffaele Speranzon, coordinatore veneto dei meloniani, definisce “specchio di una campagna diffamatoria personale”. “Come nel resto del Paese – dice – anche in Veneto la sinistra prevale nelle città, ma i conti si fanno sull’intero territorio. Io non registro schiaffi al ministro: nel suo Nordest, dove l’Italia è più vicina all’Europa, è stato promosso”. Fra Treviso e Venezia ora però anche a destra si dubita che “un Guardasigilli battuto e isolato resista al suo posto: incidendo il marchio della sconfitta sull’intero fine legislatura di Giorgia Meloni”. “La voglia di cambiamento – dice Andrea Martella, candidato del centrosinistra alle comunali veneziane – non è l’esito del referendum, ma un dato politico. Se Nordio non assume in prima persona la responsabilità del tentativo di spallata alla Costituzione, traendone le conseguenze, non salva il governo: infligge all’Italia l’ennesimo danno”. Nemo propheta acceptus est in patria sua: ingenuo pretenderlo ma dietro il siluro popolare anti-Nordio, anche nel suo Veneto preme un’insofferenza nuova, diversa dalle vecchie spinte secessioniste. Come quelle però, fino a ieri, sopita dall’insostenibile miracolo chiamato “schei”.