✕

I veleni al ministero della Giustizia: la lite tra Bartolozzi e la dirigente finisce con urla e denunce

Ascolta l'audio

Faccia a faccia durissimo prima delle dimissioni. E parte il totonomi. L’ex capo di gabinetto verso una società partecipata
2 minuti di lettura

Cambiare tutto. Un uomo invisibile invece di una donna che non disdegnava la ribalta politica. Un profilo supertecnico, come quello del magistrato riservatissimo Antonio Mura, attuale capo del legislativo al ministero, invece dell’esuberante stakanovismo della dimissionata Giusi Bartolozzi. E invece ancora un’avvocata, ancora in quota meloniana, o la deputata Sara Kelany o la collega Carolina Varchi, per sostituire il sottosegretario Andrea Delmastro. Che in mano aveva deleghe e aree di consenso (leggi: tutta la polizia penitenziaria, progetti, nomine e una nuova “legittimazione” per il corpo) che i Fratelli d’Italia post-tranvata referendaria non possono permettersi di dissolvere.

Il giorno dopo, al ministero della Giustizia, girano i nomi di chi potrebbe subentrare nei due ruoli chiave lasciati vacanti. E si raccolgono i resti di una campagna referendaria che ha lasciato sul campo vittime e uffici da rifondare, risentimenti e vendette incrociate.

Cambiare tutto. Un uomo invisibile invece di una donna che non disdegnava la ribalta politica. Un profilo supertecnico, come quello del magistrato riservatissimo Antonio Mura, attuale capo del legislativo al ministero, invece dell’esuberante stakanovismo della dimissionata Giusi Bartolozzi. E invece ancora un’avvocata, ancora in quota meloniana, o la deputata Sara Kelany o la collega Carolina Varchi, per sostituire il sottosegretario Andrea Delmastro. Che in mano aveva deleghe e aree di consenso (leggi: tutta la polizia penitenziaria, progetti, nomine e una nuova “legittimazione” per il corpo) che i Fratelli d’Italia post-tranvata referendaria non possono permettersi di dissolvere.

Il giorno dopo, al ministero della Giustizia, girano i nomi di chi potrebbe subentrare nei due ruoli chiave lasciati vacanti. E si raccolgono i resti di una campagna referendaria che ha lasciato sul campo vittime e uffici da rifondare, risentimenti e vendette incrociate.

Bartolozzi si è ripresenta ieri in piena mattinata nel suo ufficio. Non sceglie un orario defilato, ci tiene a non nascondersi, non ha «niente di cui vergognarsi, casomai gli altri», si è sfogata, lo ha ripetuto e anche gridato quando ha capito che non avrebbe più resistito in cima al Palazzo. Dove andrà ora? Si pensa a un posto di rango in una partecipata: è alle porte una serie di nomine, meno probabile le confermino il seggio alle prossime politiche come sembrava scontato, solo fino al referendum maledetto. E così varca il cancello apparentemente serena, per le ultime pratiche e per incrociare il ministro Nordio, a colloquio prima che lui infili la strada per la Camera.

C’è chi la saluta con dispiacere e comprensibile slancio (anche la sua segreteria: dove, tra l’altro, Bartolozzi aveva e distribuito posizioni e incarichi), chi letteralmente volta le spalle e festeggia, qualche piano più su, o più in basso, la sua uscita. Un clima ancora così carico di tensioni che si racconta di uno scontro “feroce”, avvenuto proprio martedì mattina, in via Arenula, nelle stesse ore del braccio di ferro e della rimozione voluta da Meloni e Mantovano.

Il conflitto avrebbe opposto la “zarina” a un’alta dirigente, a sua volta legata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Sarebbero volati stracci, toni troppo alti e una avrebbe addirittura strattonato l’altra, fino a ipotizzare reciproche denunce.

Ma guai a chiedere conferme. Bartolozzi arroccata nel suo ufficio ancora per poche ore, i big minimizzano, solo gli addetti alle pulizie avrebbero visto e raccontato senza filtri, allontanandosi dai corridoi: «Ci hanno bloccato, non abbiamo potuto lavorare, stanno litigando di brutto». Si mormora che la “contendente” di Bartolozzi sia stata la magistrata al vertice del Dag, il dipartimento per gli Affari di giustizia dove, da meno di un anno, era arrivata Antonia Giammaria, dirigente stimata e vicina anche al sottosegretario Mantovano. A lei c’è chi pensava come possibile nuovo nome al posto di Bartolozzi (momentaneamente sostituita dal vicario Corasaniti).

Davvero tra le due sono state parole pesanti e scintille? «No». Giammaria respinge con forza ogni curiosità interna: menzogne, fantasie, e con Bartolozzi ci stimiamo, anzi non l’ho neanche incrociata, tiene a precisare. Eppure il ministro Nordio sarebbe salito da lei, trafelato, al quarto piano, per capire cos’era avvenuto. «Ma per parlare di altro», ha spiegato. Voci. Ceneri che ardono. Cambiare tutto, silenziare via Arenula.

Leggi i commenti