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Meloni chiama Mattarella e prende l’interim al turismo. Timori per la tenuta forzista

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Breve telefonata, i dubbi sul successore. Impensierita dai guai di Delmastro. “Grazie” a Santanchè, ma preoccupa la sua reazione
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Una telefonata istituzionale e una montagna di pensieri. Giorgia Meloni non sale al Colle, ma sente al telefono il presidente Sergio Mattarella. Chiamata veloce, riferiscono da entrambe le parti, utile a comunicare questo messaggio: non c’è al momento un nome per sostituire Daniela Santanchè al ministero del Turismo, per questo assumo l’interim del dicastero, in attesa di capire se mantenere la delega o cederla prossimamente a un nuovo ministro. Secondo le stesse fonti, non si sarebbe invece discusso della batosta referendaria, né sarebbe stato fissato un incontro di persona.

Fin qui la telefonata. Il resto attiene ai dubbi e ai timori che assillano la presidente del Consiglio. Prima di pranzo, la leader riceve Antonio Tajani. Non ha intenzione di abbandonare il vicepremier - nonostante alcune tensioni recenti - e glielo comunica. Ragiona con lui delle prossime mosse. Sa che la mossa di Marina Berlusconi ha fiaccato il leader azzurro e dunque preferisce non voltargli le spalle. Meglio…

Una telefonata istituzionale e una montagna di pensieri. Giorgia Meloni non sale al Colle, ma sente al telefono il presidente Sergio Mattarella. Chiamata veloce, riferiscono da entrambe le parti, utile a comunicare questo messaggio: non c’è al momento un nome per sostituire Daniela Santanchè al ministero del Turismo, per questo assumo l’interim del dicastero, in attesa di capire se mantenere la delega o cederla prossimamente a un nuovo ministro. Secondo le stesse fonti, non si sarebbe invece discusso della batosta referendaria, né sarebbe stato fissato un incontro di persona.

Fin qui la telefonata. Il resto attiene ai dubbi e ai timori che assillano la presidente del Consiglio. Prima di pranzo, la leader riceve Antonio Tajani. Non ha intenzione di abbandonare il vicepremier - nonostante alcune tensioni recenti - e glielo comunica. Ragiona con lui delle prossime mosse. Sa che la mossa di Marina Berlusconi ha fiaccato il leader azzurro e dunque preferisce non voltargli le spalle. Meglio porgere la mano a un alleato in difficoltà, soprattutto in una fase così incerta.

Nelle ultime ore, in effetti, gli avversari della leader sembrano essersi moltiplicati. Daniela Santanchè, per dire: secondo gli amici che riescono a contattarla, pare intenzionata a dare presto sfogo al rancore per la cacciata (anche se ovviamente la premier dopo la sostituzione la ringrazia per la «grande dedizione»). Per non parlare dell’enorme danno di immagine che porta con sé il caso di Andrea Delmastro e della bisteccheria, un impaccio pubblico che la premier immagina già di dover gestire nelle prossime settimane. Coinvolge la principale filiera di FdI in Piemonte e un dirigente che in passato ha anche ricoperto il ruolo di legale di Meloni.

Si diceva di Marina Berlusconi: Meloni ha descritto al cerchio magico l’esplosione di Forza Italia e la mossa della presidente di Fininvest, riferiscono. E l’ha fatto con una sintesi talmente pragmatica da risultare straordinariamente efficace. La figlia del Cavaliere vuole che Forza Italia le risponda senza incertezze, questa la premessa meloniana. Anche perché altrimenti per una delle principali aziende del Paese non avrebbe senso mantenere un partito e sarebbe più efficace coltivare un confronto diretto e non mediato con il governo. In questa logica di rapporti di forza viene dunque inquadrata a Palazzo Chigi l’operazione. Il problema, che non sfugge alla premier, sono gli effetti collaterali. Essenzialmente due: l’instabilità di una delle forze di maggioranza - destinata a diventare cronica, a causa di queste lacerazioni - e il rapporto mai davvero sereno con la primogenita di Berlusconi, che non promette una navigazione tranquilla. Con un retropensiero in più, che Meloni non nasconde ai più fidati che la circondano: a differenza di Tajani, nessuno può garantire che Marina non decida di sfilarsi in alcuni passaggi chiave, nell’ultimo scorcio di legislatura come in avvio della prossima.

Resta però il dilemma più stringente: come muoversi adesso, come rilanciare l’esecutivo? Nella legge elettorale credono in pochi, né sembra reggere la tesi che il Pd possa lasciarla approvare simulando rabbia, ma coltivando in realtà soddisfazione per i vantaggi del nuovo sistema. Di certo, senza condivisione con le opposizioni la riforma diventerebbe un perfetto slogan per chi denuncia le forzature unilaterali di Meloni. Per questo, si valuta la possibilità di aprire in Parlamento a due modifiche: l’abbassamento del limite massimo di parlamentari che si possono ottenere con il premio di maggioranza e correzioni al metodo elettivo per il Senato. Sembra però solo un modo per non archiviare subito un sistema in realtà compromesso. A Palazzo Chigi non è ancora pronto neanche un rilancio programmatico. Si studia un nuovo decreto per le bollette, certo. Poi si vedrà come affrontare il nodo fiscale.

La verità è che al momento prevale la confusione. Il timore di dover affrontare dodici mesi infernali: questo angoscia il cerchio magico, con un copione che assomiglia all’ultimo miglio della campagna referendaria. E anche l’azzardo di elezioni anticipate presenta due limiti al vaglio di Palazzo Chigi. Primo: il rischio che nascano soluzioni alternative, non gradite. Il secondo: i tempi. Calendario alla mano, sono strettissimi: per votare entro il 28 giugno bisognerebbe sciogliere le Camere entro i primi giorni di maggio.

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