Per dire del caos che rischia di travolgere il governo: tra le 9 e le 17 di ieri, un’importante legge che cambia la soglia per un’opa finanziaria finisce ostaggio delle dimissioni di Daniela Santanché. E rischia addirittura di saltare. Bisogna convocare entro 48 ore un consiglio dei ministri, prima che scada il termine della delega per il Testo unico della finanza, ma a palazzo Chigi nessuno si azzarda a convocare la riunione. La ragione? Un atroce sospetto: e se a sorpresa dovesse presentarsi la ministra del Turismo, come ultimo atto di sfida a Giorgia Meloni? Non si possono cambiare le chiavi del portone presidenziale, solo un passo indietro volontario di Santanché — o una sfiducia parlamentare — può renderla una “ex”. Gli sherpa dei ministeri si scambiano sms allarmati. Il buio, si sa, genera panico, anche perché urge pure la conversione di un decreto del ministero di Nello Musumeci. Finché, alle 18 e con un sospiro di sollievo collettivo, la ministra lascia.
Non è la premier a chi…
Per dire del caos che rischia di travolgere il governo: tra le 9 e le 17 di ieri, un’importante legge che cambia la soglia per un’opa finanziaria finisce ostaggio delle dimissioni di Daniela Santanché. E rischia addirittura di saltare. Bisogna convocare entro 48 ore un consiglio dei ministri, prima che scada il termine della delega per il Testo unico della finanza, ma a palazzo Chigi nessuno si azzarda a convocare la riunione. La ragione? Un atroce sospetto: e se a sorpresa dovesse presentarsi la ministra del Turismo, come ultimo atto di sfida a Giorgia Meloni? Non si possono cambiare le chiavi del portone presidenziale, solo un passo indietro volontario di Santanché — o una sfiducia parlamentare — può renderla una “ex”. Gli sherpa dei ministeri si scambiano sms allarmati. Il buio, si sa, genera panico, anche perché urge pure la conversione di un decreto del ministero di Nello Musumeci. Finché, alle 18 e con un sospiro di sollievo collettivo, la ministra lascia.
Non è la premier a chiamarla, stavolta. Raccontano di una presidente del Consiglio infuriata, durante la missione ad Algeri. Risucchiata in un braccio di ferro che — ora dopo ora, in attesa delle dimissioni — fa sembrare sempre meno solida la sua presa sull’esecutivo. Anche le indiscrezioni sul comunicato di addio che arriva o forse no, diventano per Meloni l’indizio di un tentativo giudicato inaccettabile: Santanchè starebbe tentando di trattare una resa. La rabbia aumenta, il mandato della premier agli “ambasciatori” — i soliti, da Ignazio La Russa in giù — diventa brusco: spiegatele che se non lascia lei, la settimana prossima siamo noi a presentare una mozione di sfiducia, perché certo non permetterò che sia solo il Pd a mandarla via.
Sono scricchiolii allarmanti. Anche la scelta del sostituto della ministra diventa un’impresa, perché non tutti potrebbero voler salire a bordo di un esecutivo tanto instabile. Vale per Giovanni Malagò, nome dato in pole fino a metà giornata. Quanto a Luca Zaia, esiste un nodo legato agli equilibri con Matteo Salvini. A sera, sembra possibile una soluzione diversa: interim del Turismo alla presidente del Consiglio e gestione del dicastero condivisa tra Gaetano Caputi (capo di gabinetto a Palazzo Chigi) e il deputato di FdI Gianluca Caramanna, già consigliere del ministero per i rapporti istituzionali, promosso sottosegretario.
È una soluzione che evita passaggi al Colle e che mantiene equilibri fragili tra alleati. Fosse soltanto un problema di meloniani da sostituire al governo, poi: da ieri, la leader deve gestire un’enorme crepa politica nella maggioranza. Se Marina Berlusconi muove alcuni dei ministri a lei più vicini per organizzare la sostituzione dei capigruppo di Camera e Senato, cosa può succedere a Forza Italia? E ad Antonio Tajani? Destabilizzazione pericolosissima, perché genera scontenti e potenziali defezioni. Prospettive fosche per la legge elettorale, come per gli altri provvedimenti più delicati. E tensioni analoghe si intravedono nella Lega, che ieri ha contribuito allo slittamento del ddl su Roma Capitale, caro alla premier. «Non si vincono le elezioni cambiando la legge elettorale — rileva il viceministro del Carroccio Edoardo Rixi — altrimenti la gente non si fida più. Se vuoi vincere, taglia le tasse».
Il panico, intanto, alimenta voci impossibili da gestire. Una, insistente tra Camera e Senato, riferisce di una possibile sostituzione lunedì prossimo di Giovanni Donzelli con Arianna Meloni, nel ruolo di capo dell’organizzazione del partito. Da Fratelli d’Italia la smentita è secca e reiterata. E pure il diretto interessato ironizza: «Ditemi dove firmo... sono a disposizione e ne sarei felice...». Tutto, però, alimenta sospetti, nulla sembra più come prima. E d’altra parte, anche i meloniani di più stretta osservanza ormai non escludono nulla. Diverse fonti indicano in Giovanbattista Fazzolari il teorico della linea drastica. In diversi contesti, non avrebbe escluso in queste ore il ricorso a elezioni anticipate. Che sia una strategia per compattare, o un concreto piano per l’azzardo, sarà chiaro nelle prossime settimane. Anche Donzelli, comunque, lancia un segnale: «Meloni non si lascia logorare. Il governo non è disponibile a rimanere abbarbicato alla poltrona in condizioni di continue critiche, quindi rimuove tutti gli ostacoli che possono complicarne l’attività».