Franceschini e Casini radunano gli ex Dc: “Ora riconciliamoci”
di Concetto VecchioDario Franceschini
ROMA – Un gruppo di ex democristiani arrivati dalla Romagna, tra cui Massimo Bulbi, lettiano di Roncofreddo, vaga alla ricerca del salone delle Colonne all’Eur. Il posto in effetti è ben nascosto. Qui Dario Franceschini ha riunito la diaspora scudocrociata nel cinquantesimo anniversario dello storico congresso dc che al Palasport, non lontano da qui, incoronò Benigno Zaccagnini segretario. «L’onesto Zac», una storia così rocambolesca che dovrebbero farci un film. Mentre gli amici romagnoli consultano Google Maps, Bulbi racconta che proprio quell’anno andò, quattordicenne, in autostop a un comizio di Zac, e la madre fece il diavolo a quattro.
Sono arrivati in 230, da tutta Italia. Prima sono andati a messa. Reduci, altri più giovani, accolti da Pier Ferdinando Casini, un altro big che si è dato da fare per questo revival “storico affettivo”, come lo chiama Franceschini. Tutte le vecchie correnti rappresentate. Anche chi è ha scelto la destra come Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, G…
ROMA – Un gruppo di ex democristiani arrivati dalla Romagna, tra cui Massimo Bulbi, lettiano di Roncofreddo, vaga alla ricerca del salone delle Colonne all’Eur. Il posto in effetti è ben nascosto. Qui Dario Franceschini ha riunito la diaspora scudocrociata nel cinquantesimo anniversario dello storico congresso dc che al Palasport, non lontano da qui, incoronò Benigno Zaccagnini segretario. «L’onesto Zac», una storia così rocambolesca che dovrebbero farci un film. Mentre gli amici romagnoli consultano Google Maps, Bulbi racconta che proprio quell’anno andò, quattordicenne, in autostop a un comizio di Zac, e la madre fece il diavolo a quattro.
Sono arrivati in 230, da tutta Italia. Prima sono andati a messa. Reduci, altri più giovani, accolti da Pier Ferdinando Casini, un altro big che si è dato da fare per questo revival “storico affettivo”, come lo chiama Franceschini. Tutte le vecchie correnti rappresentate. Anche chi è ha scelto la destra come Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, Giuseppe Gargani, tre del sì al referendum; Leoluca Orlando scuote la testa quando rivede in un video quel che diceva di lui Giulio Andreotti; ci sono gli ex ministri Vincenzo Scotti e Carlo Fracanzani, quest’ultimo fu uno dei cinque che si dimise contro la legge Mammì insieme a Sergio Mattarella: «Ogni tanto ci sentiamo col presidente, parliamo anche di pallavolo, di cui sa tutto». Calogero Mannino ricorda Maastricht, Angelo Sanza dice che nel dare il risultato finale inciampò rompendosi la caviglia. Ognuno ha un aneddoto da annegare nella nostalgia.
Il senso politico lo offre Franceschini: «È una giornata di svolta, basta rinfacciarci a vicenda, “tu sei andato coi comunisti”, “tu sei andato con la destra”. Padre Sorge mi disse: noi dobbiamo essere il sale della terra non difendere la saliera. Ecco, continuiamo a essere il sale». Quindi questa è una giornata di riconciliazione. Quel congresso si concluse con i dc che cantavano Bella ciao – Zaccagnini era stato partigiano – e il no ha appena trionfato in difesa della Costituzione. Corsi e ricorsi storici. In sala i figli dei protagonisti di allora: Antonia De Mita, Serena Andreotti, Alessandro Forlani, Flavia Piccoli Nardelli. «Ricordo che papà veniva fermato per avere un lavoro, per la casa», ricorda Livia Zaccagnini. Silvia Costa, che fa notare che è mancato un ricordo di Tina Anselmi che proprio nel ‘76 fu la prima ministra, ferma l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, da ragazzo iscritto alla Dc, e gli dice: «Ti tengo d’occhio». Gabrielli secondo i rumors sarebbe il federatore del campo largo gradito ai cattolici. «Posso dare soltanto un contributo di pensiero» si schermisce l’interessato col cronista. S’intromette Pierluigi Castagnetti: «Tenetelo d’occhio!». Non poteva mancare Ernesto Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate, che non nasconde le sue ambizioni.
Il tempo scorre tra video amarcord in bianco e nero. Zaccagnini ed Arnaldo Forlani furono i duellanti di quel congresso. Un rodeo di cinque giorni, dove «gli incontri di pugilato sono senza cortesie», scrisse Giampaolo Pansa. Sinistra dc contro dorotei e andreottiani. Vinse per un pugno i voti «il rinnovamento» di Zac, dopo la batosta a un altro referendum: quello sul divorzio. Il risultato venne letto da Guido Gonella alle 4,35 del mattino. I delegati dormivano sfiniti. Si erano sorbiti 160 interventi, i capi come Moro parlavano per ore e ore. Il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari mandò Giorgio Bocca a Ravenna a intervistare Zaccagnini, che seppe dell’esito della conta soltanto la mattina dopo, in chiesa: aveva lasciato Roma a mezzanotte.
Si sta ai tavoli disposti come a un matrimonio, in «un ambiente immersivo». Conducono Giovanni Minoli e Giuseppe Sangiorgi, portavoce di De Mita. Minoli mostra il faccia a faccia a Mixer con Gianni Agnelli che definì De Mita «un intellettuale della magna Grecia», e la settimana dopo De Mita, con consapevole autorità, diede all’Avvocato del «mercante». La sala esplode, soddisfatta di De Mita. E di sé, in fondo. Allora la politica era superiore alla finanza.