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“Nel ristorante reinvestiti fondi illeciti del clan Senese”, l’indagine inguaia Delmastro

(ansa)

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Il salto di qualità nel fascicolo della procura di Roma sull’azienda con soci l’ex sottosegretario ed esponenti FdI di Biella. Domani i pm ascolteranno Miriam e Mauro Caroccia. Aperta un’inchiesta anche a Torino
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«Trasferivano e reinvestivano proventi delle attività illecite del clan». Nelle carte della procura di Roma c’è il salto di qualità nell’inchiesta sulla società dell’ormai ex sottosegretario Andrea Delmastro. Nella sua Le 5 Forchette srl sarebbero transitati capitali di origine mafiosa, denaro del clan Senese ripulito nei ristoranti della Bisteccheria d’Italia. Mentre Delmastro era plenipotenziario al ministero della Giustizia, uno dei dirigenti più potenti del partito della premier Giorgia Meloni, dunque, una sua società — sospetta la procura di Roma — riciclava denaro per conto dei Senese, famiglia camorristica influente a Roma.

L’accusa è messa nero su bianco nell’avviso a comparire notificato ieri dai pm alla ex socia di Delmastro, la 18enne Miriam Caroccia, e a suo padre Mauro, indicato dagli inquirenti come storico riciclatore della più importante famiglia mafiosa romana. E di cui, secondo gli investigatori, la ragazza era una prestanome.

Nei guai non c’è solo Delmastro. Ma anch…

«Trasferivano e reinvestivano proventi delle attività illecite del clan». Nelle carte della procura di Roma c’è il salto di qualità nell’inchiesta sulla società dell’ormai ex sottosegretario Andrea Delmastro. Nella sua Le 5 Forchette srl sarebbero transitati capitali di origine mafiosa, denaro del clan Senese ripulito nei ristoranti della Bisteccheria d’Italia. Mentre Delmastro era plenipotenziario al ministero della Giustizia, uno dei dirigenti più potenti del partito della premier Giorgia Meloni, dunque, una sua società — sospetta la procura di Roma — riciclava denaro per conto dei Senese, famiglia camorristica influente a Roma.

L’accusa è messa nero su bianco nell’avviso a comparire notificato ieri dai pm alla ex socia di Delmastro, la 18enne Miriam Caroccia, e a suo padre Mauro, indicato dagli inquirenti come storico riciclatore della più importante famiglia mafiosa romana. E di cui, secondo gli investigatori, la ragazza era una prestanome.

Nei guai non c’è solo Delmastro. Ma anche gli altri soci, tutti dirigenti di Fratelli d’Italia. A conferma che l’inchiesta punta anche a un sistema: un pezzo di partito che si muoveva come un gruppo di affari, con soci improbabili. La società è stata costituita nello studio del notaio di Biella Carlo Scola e ha sede nello stesso comune, presso il commercialista Amedeo Pareggio, assessore al Bilancio in quota FdI. Oltre a Delmastro, tra i soci ci sono il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà, l’assessore Cristiano Francheschini, la vicepresidente regionale Elena Chiorino (entrambi si sono dimessi ieri), l’imprenditrice Donatella Pelle e la giovane Caroccia. Su questo indaga anche la procura di Torino, che ha aperto un fascicolo per intestazione fittizia. Possibile che nessuno sapesse che quella ragazza fosse solo una prestanome? Nessuno si è chiesto perché il padre, che l’aveva accompagnata, fosse fuori dalla stanza in cui si è costituita la società? Insomma: perché i dirigenti di un partito hanno aperto una società con una prestanome?

È però a Roma che l’indagine prende consistenza. Secondo i pm, la Bisteccheria d’Italia — anche durante la gestione Delmastro — avrebbe operato come strumento al servizio degli interessi del clan Senese, favorendo «l’associazione di stampo mafioso». In particolare, avrebbe consentito di «accrescere e rafforzare la presenza sul territorio attraverso il controllo di attività economiche», di «reinvestire capitali illecitamente accumulati» e di «sottrarre beni e attività a eventuali misure ablatorie». Tutto parte il 17 dicembre 2024. È lì, secondo l’accusa, che si consuma l’attribuzione fittizia del 50% delle quote ai Caroccia, sostenuta — questa la tesi investigativa — da capitali di provenienza illecita poi reinvestiti nell’avvio dell’attività. In altre parole, il sospetto è che la società nasca già con uno scopo preciso.

Al centro restano i flussi di denaro. «Mai dato soldi a nessuno né firmato atti di compravendita di quote», dice oggi Miriam Caroccia, tramite il suo legale Fabrizio Gallo. Non è solo una questione di provenienza dei fondi. C’è da capire come una ragazza, figlia di un uomo in difficoltà economica e con un processo in corso, abbia potuto versare la quota iniziale — 5 mila euro — e poi acquisire ulteriori partecipazioni, quando i politici sono usciti dalla società, con altri 5 mila euro in contanti. Ma soprattutto come quel locale sia stato messo su: parliamo di decine di migliaia di euro.

La Guardia di finanza sta acquisendo fatture e documentazione contabile per ricostruire i flussi: arredi, cucine, forniture, personale, materie prime. Il sospetto è che i legami con i precedenti ristoranti “da Baffo” — sequestrati perché ritenuti contigui ad ambienti mafiosi — vadano oltre il semplice adesivo esposto sulla vetrina del locale di via Tuscolana. L’ipotesi investigativa è quella di una continuità tra le attività riconducibili a Mauro Caroccia e la nuova iniziativa della Bisteccheria d’Italia. «Il nome? Una lunga storia…», diceva lui stesso in un video promozionale lasciando intendere che non fosse il solo a sapere. Una frase che oggi suona diversa. Forse già domani, quando padre e figlia saranno ascoltati dai magistrati antimafia di Roma, potrà arrivare qualche risposta anche su questo.

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