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Riforme, rimpasto e inchieste: la corsa a ostacoli per Meloni

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La premier blindata a Palazzo Chigi. Preoccupata per le indagini che toccano i suoi, tiene aperta l’ipotesi delle elezioni anticipate
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Da una settimana sottocoperta. Anche ieri, blindata e silente a Palazzo Chigi. Nessuna uscita pubblica, agenda vuota: un video, quello della sconfitta, poi nient’altro. Panico tra i colonnelli del melonismo, tra i generali invece idee divergenti sul futuro. Con un’unica strategia che va prendendo forza nelle ultime ore: congelare la legge elettorale. Rallentare al massimo sulla riforma perché forse – al di là dei proclami sulla volontà di cambiarla – il Rosatellum rischia di rappresentare il sistema migliore per tornare alle urne.

Sia chiaro: ufficialmente, la destra procede. Nessun tentennamento, come dimostrerebbe l’approdo del testo in commissione. In realtà, a Palazzo Chigi è in corso una riflessione approfondita sull’opportunità di cambiare l’agenda. Facendo slittare la riforma in fondo alla lista delle priorità, in modo da guadagnare tempo e capire il destino della legislatura. Si mescolano valutazioni tattiche e ragionamenti politici. Per comprenderle, bisogna andare oltre le d…

Da una settimana sottocoperta. Anche ieri, blindata e silente a Palazzo Chigi. Nessuna uscita pubblica, agenda vuota: un video, quello della sconfitta, poi nient’altro. Panico tra i colonnelli del melonismo, tra i generali invece idee divergenti sul futuro. Con un’unica strategia che va prendendo forza nelle ultime ore: congelare la legge elettorale. Rallentare al massimo sulla riforma perché forse – al di là dei proclami sulla volontà di cambiarla – il Rosatellum rischia di rappresentare il sistema migliore per tornare alle urne.

Sia chiaro: ufficialmente, la destra procede. Nessun tentennamento, come dimostrerebbe l’approdo del testo in commissione. In realtà, a Palazzo Chigi è in corso una riflessione approfondita sull’opportunità di cambiare l’agenda. Facendo slittare la riforma in fondo alla lista delle priorità, in modo da guadagnare tempo e capire il destino della legislatura. Si mescolano valutazioni tattiche e ragionamenti politici. Per comprenderle, bisogna andare oltre le dichiarazioni pubbliche e concentrarsi piuttosto sui sussurri privati densi di paure e cautele.

A pochi giorni dal referendum, l’opzione di perdere le prossime elezioni si è fatta improvvisamente concreta. Anche, anzi soprattutto, modificando la legge elettorale in modo ultra-maggioritario. Cambiare il sistema del voto a maggioranza, infatti, farebbe gridare il centrosinistra al colpo di mano e fornirebbe l’impressione di una presidente del Consiglio impegnata a plasmare unilateralmente le regole del gioco, invece di occuparsi dei problemi concreti che attanagliano gli elettori, dal fisco al caro-benzina. Uno slogan formidabile che il campo largo.

È il vicolo cieco in cui si è infilata Giorgia Meloni. Ecco perché l’ordine appena impartito è chiaro: rallentare. Non significa rinunciare subito al sistema presentato prima del referendum. Ma il ritmo sarà blando, anzi lentissimo. Se possibile, arriverà anche un’apertura al Pd. La leader valuta se avanzare l’idea di introdurre preferenze, ma per farlo deve prima ottenere il via libera di Forza Italia e Lega. Di certo, eviterà blitz, almeno finché non capirà quanto concreta sia la strada del ritorno al voto.

Il clima è pessimo. Alcune inchieste, come quella della bisteccheria di cui era socio Andrea Delmastro, minacciano di colpire Fratelli d’Italia. Nulla lascia poi presagire un miglioramento rapido del quadro internazionale, semmai fa scommettere su un peggioramento progressivo nei prossimi mesi. Come recuperare terreno, in questo scenario? Da giorni, alcune proiezioni circolano a Palazzo Chigi, fornendo una fotografia sconcertante: le diverse opzioni maggioritarie consegnerebbero una vittoria alle opposizioni. Resta il Rosatellum, per il quale vale un discorso diverso: permetterebbe al campo largo di fare incetta di uninominali nel centrosud e di competere bene al Nord, ma difficilmente garantirebbe alle attuali opposizioni i seggi necessari a prevalere. Lo schema più probabile resta un sostanziale pareggio. Con un ulteriore scenario favorevole a Meloni: vista la competizione tra Pd e Movimento, Fratelli d’Italia potrebbe risultare comunque primo partito, anche se a capo di una coalizione che ottiene percentuali più basse degli avversari.

Non è un dettaglio, perché da prima forza politica la premier potrebbe pesare più degli altri nella costituzione di un governo di larghe intese. E sarebbe decisiva anche quando si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Ma soprattutto, le eviterebbe una seconda batosta, dopo quella referendaria: perdere le prossime elezioni minerebbe in modo forse definitivo la sua leadership.

Ecco perché ancora ieri, nonostante le smentite affidate ad Antonio Tajani e Matteo Salvini, i vertici del melonismo hanno continuato a valutare l’opzione di un voto anticipato, magari a ottobre. Anche la gestione dell’eventuale rimpasto di governo, in questo quadro, assume sfumature destabilizzanti. La premier vuole evitare di chiedere la fiducia alle Camere, ostinatamente. Men che meno, intende avallare un bis del suo esecutivo. E dunque, come spiegava ieri proprio Salvini ai suoi, la casella del Turismo andrà a Fratelli d’Italia. E anche altri eventuali scambi tra ministeri dovrebbero interessare solo figure meloniane. La Lega, insomma, non chiede il dicastero del Turismo, né sembra in pressing per ottenere eventualmente quello dello Sviluppo economico, per il quale si è valutata la promozione di Luca Zaia. Un dicastero dai dossier scomodi, avrebbe detto il vicepremier del Carroccio a porte chiuse, e dunque capace di esporre chi lo guida a potenziali fallimenti.

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