Quando alle 9 in punto raggiunge la sala del consiglio dei ministri, non sa ancora se davvero decollerà per Gedda. Il piano di volo non è confermato neanche quando Giorgia Meloni sale al Colle per il giuramento del nuovo responsabile del Turismo. L’ultimo via libera per la missione nel Golfo, a cui la premier in persona ha lavorato per tutto il tardo pomeriggio di giovedì, arriva soltanto attorno alle 10.30. Rotta schermata, massima segretezza, gestione affidata ai servizi di sicurezza (e nessun giornalista allertato, anche se i voli di linea verso l’area restano operativi).
È una mossa che trasmette urgenza, quasi emergenziale. Il segnale della necessità stringente di sfilarsi dall’angolo, perché da giorni si parla solo di scandali e dimissioni. Il governo che arranca, immobile e incapace di ripartire. E quindi, in mezza giornata la premier mette in fila un nuovo ministro, il viaggio internazionale in una zona di guerra, l’intervista al Tg1. Strategia studiata con Giovanbattista Fazz…
Quando alle 9 in punto raggiunge la sala del consiglio dei ministri, non sa ancora se davvero decollerà per Gedda. Il piano di volo non è confermato neanche quando Giorgia Meloni sale al Colle per il giuramento del nuovo responsabile del Turismo. L’ultimo via libera per la missione nel Golfo, a cui la premier in persona ha lavorato per tutto il tardo pomeriggio di giovedì, arriva soltanto attorno alle 10.30. Rotta schermata, massima segretezza, gestione affidata ai servizi di sicurezza (e nessun giornalista allertato, anche se i voli di linea verso l’area restano operativi).
È una mossa che trasmette urgenza, quasi emergenziale. Il segnale della necessità stringente di sfilarsi dall’angolo, perché da giorni si parla solo di scandali e dimissioni. Il governo che arranca, immobile e incapace di ripartire. E quindi, in mezza giornata la premier mette in fila un nuovo ministro, il viaggio internazionale in una zona di guerra, l’intervista al Tg1. Strategia studiata con Giovanbattista Fazzolari, per aprire la fase due prima ancora di presentarsi il 9 aprile alle Camere. Un’accelerazione dettata dall’obbligo di reagire, in qualche modo. L’unica strada, a ben guardare, visto che è anche il giorno nero dell’economia meloniana. Quello in cui la doppia bocciatura fragorosa sui conti pubblici di Istat e Bankitalia mette una seria ipoteca sul tratto finale della legislatura (ammesso che davvero si arrivi in fondo, senza la scorciatoia del voto anticipato).
A colpire nel vivo Meloni è la previsione della Banca d’Italia: crescita zero nel 2026. Peggio, l’ipotesi che la crisi energetica prolungata possa condurre nel 2027 alla recessione. Ma a fare più male, se possibile, è l’Istat, ufficializzando lo scenario più sgradito per l’esecutivo: il deficit al 3,1%, nessuna uscita dalla procedura d’infrazione nel 2026.
È un quadro che non lascia serena la leader. Fino alla fine, sperava che alcuni calcoli limassero al ribasso di uno 0,1% quel 3,1% che grava sulla prossima stagione. «E invece in questo modo - è la sintesi dei suoi ragionamenti, secondo quanto riferiscono fonti concordanti - l’ultimo anno di legislatura diventa davvero in salita».
L’attivismo internazionale serve proprio a questo, dopo due settimane di paralisi e delusione post-referendaria: scacciare l’impressione che tutto, dagli scandali al gasolio impazzito e alla crisi nei conti, congiuri contro l’esecutivo. Mancare l’obiettivo del rientro dalla procedura significa molte cose. Ad esempio, rende impraticabile l’opzione che la spesa militare - quella per cui l’Italia si è impegnata con gli alleati - possa essere scorporata dal deficit. Ma soprattutto, spazza via lo slogan con cui l’esecutivo pensava di garantirsi autorevolezza sui mercati. Per mesi, infatti, la comunicazione governativa ha veicolato questa certezza: il target del 3% attrarrà gli investitori e permetterà di calmierare i tassi per finanziare il debito pubblico.
È una scommessa persa da Giancarlo Giorgetti, il principale teorico della strategia del 3%. Un problema, per Meloni. Aveva sperato fino all’ultimo in una buona notizia dall’Istat, ha vissuto con irritazione la certificazione del fallimento. L’ultima parola arriverà il 22 aprile, certo, ma a palazzo Chigi considerano la battaglia quasi persa. Anche perché lo scenario complessivo è in peggioramento drastico. E senza risorse è complesso pianificare una campagna elettorale.
Anche per questo, la presidente del Consiglio prova a scuotersi. Dopo giorni senza esporsi, con l’esecutivo esposto al caso Delmastro e poi alle rivelazioni sulla relazione di Matteo Piantedosi con Claudia Conte, cerca di mettere ordine con dei veri e propri blitz. A partire dalla nomina del ministro del Turismo: nulla trapela fino all’annuncio, anche a costo di gelare le ambizioni di diversi dirigenti di FdI. E anche la decisione di presentarsi al tg delle 20 mostra la volontà di massimizzare il viaggio nel Golfo. Un’altra urgenza, perché il costo del gas e del petrolio, secondo tutti i sondaggi interni, sta zavorrando il consenso.
Ecco perché Meloni tenta l’azzardo. E diventa la prima leader occidentale - così rileva la comunicazione di palazzo Chigi - a viaggiare tra Arabia Saudita, Emirati e Qatar dall’inizio del conflitto (dopo la missione in Algeria della scorsa settimana, subito dopo il referendum). Cerca di strappare nuove forniture energetiche. E già pianifica per le prossime settimane una nuova tappa in Azerbaigian, da cui parte il flusso del Tap.
Sullo sfondo della missione, ma neanche troppo, la voglia di comunicare anche un millimetrico, ma progressivo raffreddamento dei rapporti con Donald Trump. La sua guerra in Iran colpisce l’opinione pubblica e penalizza il portafoglio delle famiglie. Rischiando di trascinare a fondo anche palazzo Chigi.