Ad aprile nessun allarme, né effetti deflagranti sull’approvvigionamento dell’Italia legati al blocco dello Stretto di Hormuz. Da maggio, però, la situazione potrebbe deteriorarsi per le scorte nazionali di gas. È questa la fotografia tecnica che sarà consegnata entro domani a Giorgia Meloni.
Partiamo dai numeri. I dati sulle operazioni di riempimento dei “magazzini” di energia del Paese, si apprende, sono occupati al 44% (ben di più della media europea, di poco sopra il 20%). Il flusso, però, dovrebbe rallentare tra poco più di tre settimane. Un quadro che il ministro Gilberto Pichetto Fratin illustrerà nelle prossime ore alla premier, portando sul tavolo di palazzo Chigi – prima che la leader si presenti giovedì in Parlamento - il lavoro dei dipartimenti del suo dicastero che monitorano la situazione e limano un piano d’emergenza sul consumo di gas.
Il vantaggio del Paese, rispetto ad altre capitali continentali, si fonda sulla soglia di riempimento molto alta - attorno al 95% …
Ad aprile nessun allarme, né effetti deflagranti sull’approvvigionamento dell’Italia legati al blocco dello Stretto di Hormuz. Da maggio, però, la situazione potrebbe deteriorarsi per le scorte nazionali di gas. È questa la fotografia tecnica che sarà consegnata entro domani a Giorgia Meloni.
Partiamo dai numeri. I dati sulle operazioni di riempimento dei “magazzini” di energia del Paese, si apprende, sono occupati al 44% (ben di più della media europea, di poco sopra il 20%). Il flusso, però, dovrebbe rallentare tra poco più di tre settimane. Un quadro che il ministro Gilberto Pichetto Fratin illustrerà nelle prossime ore alla premier, portando sul tavolo di palazzo Chigi – prima che la leader si presenti giovedì in Parlamento - il lavoro dei dipartimenti del suo dicastero che monitorano la situazione e limano un piano d’emergenza sul consumo di gas.
Il vantaggio del Paese, rispetto ad altre capitali continentali, si fonda sulla soglia di riempimento molto alta - attorno al 95% - raggiunta lo scorso ottobre. Se però il conflitto scatenato da Donald Trump dovesse prolungarsi, i problemi non tarderebbero a manifestarsi. Già a maggio, questa è la previsione, potrebbe manifestarsi un cambio di fase. Se infatti fino ad ora l’emergenza è soltanto legata al prezzo in costante crescita, dal mese prossimo dovrebbe riguardare anche le quantità. Con una conseguente, brusca frenata nelle scorte. Uno scenario che rende necessaria la valutazione sulle modalità attraverso cui, eventualmente, calmierare il consumo. Vale per il gas, vale anche per i carburanti.
Il modello è quello della crisi del 2022, scatenata dall’invasione illegale dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin. Quel piano d’emergenza è stato preso in prestito in queste ore dal ministero dell’Energia, dove è al lavoro un team con l’obiettivo di stilare un nuovo progetto per la crisi. Quattro anni fa era necessario rispondere a un quesito: che succede se improvvisamente Mosca decide di chiudere i rubinetti del gas? La domanda si ripete adesso, nel caso in cui dovesse verificarsi un eventuale shock energetico mondiale. Le risposte non variano poi di molto.
Non tocca ovviamente al dicastero di Pichetto Fratin decidere, ma solo indicare numeri e possibili opzioni per garantire l’austerità. È il «razionamento» di cui ha parlato il ministro domenica su Repubblica. Tra le strade individuate, quella di contenere di un grado il consumo dei condizionatori in estate, o di tagliarne di un’ora l’utilizzo. È l’altra faccia di una possibile misura studiata in vista dell’inverno (e mutuata dal piano 2022): termosifoni giù di un grado e risparmio rispetto al fabbisogno del Paese, stimato tra i 75 e gli 80 miliardi di metri cubi di gas.
Sul resto, invece, sarà Meloni a decidere come muoversi, con una task force ad hoc che preveda gli scenari di crisi più radicali. Ad esempio, nei giorni scorsi l’esecutivo ha ragionato su un’idea avanzata dai sindacati che punta al rafforzamento dello smart working nel settore pubblico e, se possibile, nel privato. Senza escludere l’utilizzo delle targhe alterne per i mezzi di trasporto.
Quattro anni fa, furono vagliate altre misure drastiche: dalla massimizzazione della produzione delle centrali a carbone già attive fino all’incremento della produzione degli impianti che utilizzano le rinnovabili elettriche. E ancora, il taglio dell’illuminazione di edifici, monumenti e luoghi pubblici e la rimodulazione dell’attività industriale di alcune filiere. In particolare, le industrie dell’acciaio e della ceramica, che producono a ciclo continuo. L’idea era concentrare la produzione in alcuni periodi dell’anno, in modo da ottenere il massimo con minor energia.
Non tutti sono ovviamente allineati. Non lo è ad esempio la Lega, che da giorni insiste per riattivare l’importazione del gas russo. Passione antica, quella per Mosca. Che al momento non piace a Palazzo Chigi.