ROMA – Non c’è solo il selfie scattato nel 2019 a una convention di FdI, e pubblicato da Report: a sinistra Gioacchino Amico, presunto referente del clan camorristico Senese in Lombardia, a destra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il cuore della vicenda, emersa con l’inchiesta “Hydra” della procura di Milano, è un altro: le carte riportano i nomi di una quindicina di politici locali e nazionali, in alcuni casi ancora in carica — tutti del centrodestra — «in rapporti» con il 39enne siciliano, diventato da febbraio collaboratore di giustizia. Di più: secondo un ex parlamentare — intervistato dalla squadra di Sigfrido Ranucci — Amico «all’epoca», dunque circa sette anni fa, «diceva di avere importanti entrature dentro Fratelli d’Italia». La stessa fonte riferisce di averlo visto entrare alla Camera, nello stesso periodo, «come con un tesserino o un accredito speciale». Anche agli investigatori il pentito avrebbe riferito di essere entrato e uscito dal Parlamento con grande faci…
ROMA – Non c’è solo il selfie scattato nel 2019 a una convention di FdI, e pubblicato da Report: a sinistra Gioacchino Amico, presunto referente del clan camorristico Senese in Lombardia, a destra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il cuore della vicenda, emersa con l’inchiesta “Hydra” della procura di Milano, è un altro: le carte riportano i nomi di una quindicina di politici locali e nazionali, in alcuni casi ancora in carica — tutti del centrodestra — «in rapporti» con il 39enne siciliano, diventato da febbraio collaboratore di giustizia. Di più: secondo un ex parlamentare — intervistato dalla squadra di Sigfrido Ranucci — Amico «all’epoca», dunque circa sette anni fa, «diceva di avere importanti entrature dentro Fratelli d’Italia». La stessa fonte riferisce di averlo visto entrare alla Camera, nello stesso periodo, «come con un tesserino o un accredito speciale». Anche agli investigatori il pentito avrebbe riferito di essere entrato e uscito dal Parlamento con grande facilità, negli anni passati. È il punto su cui battono le opposizioni. «Aveva libero accesso nei luoghi parlamentari, a Montecitorio in particolare, sempre grazie ai rapporti con collaboratori di esponenti di FdI», scrivono in una nota i dem della commissione Antimafia: «Come mai? Chi lo autorizzava? Per quale motivo accedeva in Parlamento?». Sono domande formulate, sottovoce e con preoccupazione, anche tra i meloniani. Tanto più che la “mancata vigilanza” sfiorerebbe il cerchio stretto di Giorgia Meloni: tra il 2018 e il 2019 il capogruppo di FdI era Francesco Lollobrigida, oggi ministro dell’Agricoltura, e la direttrice amministrativa del partito a Montecitorio Patrizia Scurti, segretaria particolare e ombra della premier.
I Fratelli, ieri, hanno sollecitato l’ufficio stampa della Camera a pubblicare una rapida smentita: «Non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa». Ma l’inchiesta, puntualizza Report in una nota «non ha mai parlato di pass permanente a nome di Gioacchino Amico, bensì del fatto che avesse accesso a libero a piacimento nella sede istituzionale». Circostanza che può essere dovuta a diverse ragioni: i deputati non hanno alcuna difficoltà a portare ospiti. E inoltre, i dati di chi li accompagna vengono registrati, ma non archiviati. Mettendo in fila questi elementi, i Cinquestelle della commissione Antimafia accusano FdI di «avere una classe dirigente nella migliore delle ipotesi permeabile e avvicinabile, se non addirittura inquinata da ambienti criminali».
Questioni eluse dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel post in cui, sin dal mattino, attacca i cronisti colpevoli di aver pubblicato la notizia — «fango nel ventilatore» — e parla unicamente dello scatto che la immortala con Amico: «In decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie». Poi la rivendicazione di un «impegno cristallino» contro «ogni mafia», dimostrato dai fatti: «Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro». E tuttavia, il «punto non è il selfie», rilancia la segretaria Pd Elly Schlein su La7, «ma il fatto che stanno emergendo rapporti strutturali tra esponenti di Fratelli d’Italia e membri di un clan mafioso su cui Meloni dovrebbe esigere chiarezza», anziché «prendersela con i giornalisti». Invece di fare «vittimismo», aggiunge il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «spieghi quali rapporti ci siano tra il clan Senese e FdI, perché siamo di fronte a casi non isolati», tra cui, ancora fresca, la vicenda che ha coinvolto l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.