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Galimberti: “Il film su Regeni culmine di un disagio che sentivo da tempo. Meglio separarsi”

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Consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, si è dimesso dalla commissione che assegna i contributi selettivi al cinema
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“Sono anni che lavoro con il ministero della Cultura”, premette Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, oltre che docente alla scuola d’arte Gian Maria Volontè e all’università RomaTre e direttore didattico per Anica Academy. “In questa fase, però, ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, a una difformità di vedute che mi hanno spinto a fare un passo indietro”, spiega a proposito delle dimissioni rassegnate dalla commissione che assegna i contributi selettivi al cinema. “Ci sono modalità che non condivido".

Quali sono quelle che l’hanno spinta a lasciare?

“All’interno del nostro gruppo di lavoro è spesso capitato di avere modalità differenti di approcciarsi ai progetti, spesso nella valutazione siamo stati molto distanti. Uno dà rilevanza a certe cose, è abituato a valorizzare alcuni aspetti anziché altri, finché non ti accorgi di non poter trovare un punto di incontro con i tuoi colleghi. E a…

“Sono anni che lavoro con il ministero della Cultura”, premette Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, oltre che docente alla scuola d’arte Gian Maria Volontè e all’università RomaTre e direttore didattico per Anica Academy. “In questa fase, però, ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, a una difformità di vedute che mi hanno spinto a fare un passo indietro”, spiega a proposito delle dimissioni rassegnate dalla commissione che assegna i contributi selettivi al cinema. “Ci sono modalità che non condivido".

Quali sono quelle che l’hanno spinta a lasciare?

“All’interno del nostro gruppo di lavoro è spesso capitato di avere modalità differenti di approcciarsi ai progetti, spesso nella valutazione siamo stati molto distanti. Uno dà rilevanza a certe cose, è abituato a valorizzare alcuni aspetti anziché altri, finché non ti accorgi di non poter trovare un punto di incontro con i tuoi colleghi. E allora dici: ci abbiamo provato, io ho una impostazione culturale e di prospettiva diversa dalla vostra, meglio separarsi”.

Quanto c’entra il rifiuto di finanziare il docufilm su Regeni, sebbene decretato da una sottocommissione diversa dalla sua?

“Per la verità il mio era un disagio che avevo manifestato già da tempo. A volte si arriva a una scelta definitiva man mano che le varie sintesi diventano più difficili da raggiungere. Ma certo, se prima potevo avere qualche dubbio, dopo averlo saputo ho avuto la conferma di quel che avevo in qualche modo avvertito: esiste tra me e altri componenti della commissione una distanza che probabilmente non è colmabile. Anche se la maggior parte di loro sono persone che stimo”.

Quindi aveva già deciso di mollare?

“Tutte le decisioni delle sottocommissioni non sono conosciute dagli altri membri finché non vengono rese note. Io ho saputo dell’esclusione di “Tutto il male del mondo” solo venerdì, quando sono state pubblicate le graduatorie. Detto questo, per una questione di franchezza: non me ne sono andato prima per evitare di bloccare i lavori della commissione e quindi l’intera delibera che assegna i contributi pubblici ai film del 2025. Se uno di noi se ne va in corso d’opera, il rischio è rallentare o far saltare procedure che sono lunghe e complesse”.

Lei ha mai subito pressioni politiche?

“No, mai. Ho collaborato in diverse commissioni del ministero della Cultura e non ho mai subito pressioni di questo tipo”.

Però l’esclusione del doc su Regeni sembra proprio una scelta politica, non trova?

“Mah è evidente che in questo caso qualcosa non ha funzionato. A volte, forse, si è più realisti del re, a volte ci si sbaglia, non lo so. La commissione è formata da uomini e donne che hanno una loro idea della cultura e del mondo e questo rimbalza sulle decisioni che prendi. Perciò, se come è successo a me, la tua visione entra in conflitto con quella degli altri, qualcuno deve lasciare perché altrimenti, banalmente, non si lavora bene”.

Se fosse dipeso da lei, l’avrebbe bocciato quel documentario?

“Non ho le carte per valutare, c’è tutta una documentazione da valutare per selezionare i progetti meritevoli di finanziamento pubblico. Dall’esterno sembra un lavoro semplice ma, se lo si vuole fare seriamente, è molto complesso e spesso presuppone precise competenze tecniche. Dopodiché io quel documentario l’ho visto e mi è piaciuto, ha un suo valore estetico, produttivo, sociale. E tengo anche a dire che una commissione selettivi serve per proteggere il cinema di qualità che non si valuta sul botteghino”.

Lo sa che adesso rischia l’accusa di essere un agente della sinistra?

“Figurarsi se non lo so. Ma a dirla tutta è l’ultima delle mie preoccupazioni. L’unica cosa che mi dispiace è se i miei colleghi di commissione possano sentirsi offesi, perché la mia scelta non è contro di loro: le dimissioni sono una scelta personale che riguarda soltanto me e la mia etica professionale”.

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