ROMA – Domattina, di fronte alle Camere, Giorgia Meloni sosterrà che le guerre che stanno stravolgendo gli equilibri mondiali, dunque anche la guerra di Donald Trump contro l’Iran, rappresentano un errore. Criticherà quindi il tycoon, dopo la nota con cui ieri ha preso preventivamente le distanze dall’alleato. Con quale intensità, dipenderà ovviamente dagli eventi delle prossime ore. E in particolare da quanto la Casa Bianca metterà in pratica le minacce contro Teheran.
Non c’è solo il tentativo di mettere almeno un po’ di distanza tra sé e «l’amico Donald». La premier in Parlamento si rivolgerà anche alle opposizioni. A loro dirà che non è patriottico cavalcare una crisi internazionale per indebolire l’esecutivo. E rilancerà chiedendo «unità» nazionale di fronte a uno scenario mai così allarmante.
È il buio a far paura. Nessuno, neanche Meloni, conosce la strategia Presidente degli Stati Uniti. Per tutto il giorno la presidente del Consiglio, lontana da Palazzo Chigi e in contat…
ROMA – Domattina, di fronte alle Camere, Giorgia Meloni sosterrà che le guerre che stanno stravolgendo gli equilibri mondiali, dunque anche la guerra di Donald Trump contro l’Iran, rappresentano un errore. Criticherà quindi il tycoon, dopo la nota con cui ieri ha preso preventivamente le distanze dall’alleato. Con quale intensità, dipenderà ovviamente dagli eventi delle prossime ore. E in particolare da quanto la Casa Bianca metterà in pratica le minacce contro Teheran.
Non c’è solo il tentativo di mettere almeno un po’ di distanza tra sé e «l’amico Donald». La premier in Parlamento si rivolgerà anche alle opposizioni. A loro dirà che non è patriottico cavalcare una crisi internazionale per indebolire l’esecutivo. E rilancerà chiedendo «unità» nazionale di fronte a uno scenario mai così allarmante.
È il buio a far paura. Nessuno, neanche Meloni, conosce la strategia Presidente degli Stati Uniti. Per tutto il giorno la presidente del Consiglio, lontana da Palazzo Chigi e in contatto con i principali leader europei, cerca di comprendere (senza risultati degni di nota) cosa significhi che «un’intera civiltà sta per morire», il senso dell’ultimatum di Trump. Il suo consigliere diplomatico Fabrizio Saggio si confronta con i colleghi continentali che si occupano di sicurezza nazionale: niente, nessuno conosce gli obiettivi e i limiti di Washington. C’è però da rilevare che i segnali che arrivano dal Medio Oriente non sono certo rassicuranti. Le monarchie del Golfo, con cui la leader continua a parlarsi, ritengono inevitabile che gli Stati Uniti vadano fino in fondo, anche a costo di un conflitto totale con l’Iran.
A Palazzo Chigi, lo spettro di una “guerra energetica” diventa con il passare delle ore via via più allarmante. Un’offensiva americana avrebbe probabilmente l’effetto di allungare ancora i tempi della guerra, con conseguenze catastrofiche su questo fronte. Anche perché la previsione di una grave carenza di gas e petrolio non sarebbe l’unico effetto del conflitto. E forse neanche il peggiore.
Nelle ultime ore, infatti, sono scattati due nuovi, inquietanti allarmi. Il primo riguarda il costo e la disponibilità del diesel per gli autotrasportatori: la carenza di carburante potrebbe rappresentare presto un tema di sicurezza nazionale. A loro è infatti affidato il mercato agroalimentare, che viaggia soprattutto su gomma. «È un problema», conferma il viceministro salviniano ai trasporti Edoardo Rixi, che rilancia: «Si tratta di un’altra buona ragione per porre in Europa la necessità di riaprire all’importazione di gas russo». È la prossima battaglia di Matteo Salvini: oggi il vicepremier, sfidando la linea del governo di cui fa parte, chiederà a Meloni di riaprire all’acquisto di energia da Mosca, ma anche di battersi per tenere fuori l’Ucraina dall’Europa e di negare a Kiev nuovi aiuti militari (oltreché di aprire un fronte a Bruxelles per la revisione del Patto di stabilità).
Ma non basta. La crisi in medio Oriente si prepara a proiettare i propri effetti nefasti su altri settori strategici. Il conflitto sta paralizzando alcuni canali di importazione, in particolare l’alluminio i fertilizzanti. I cantieri del Pnrr, inoltre, già iniziano a fare i conti con l’aumento dei costi della plastica, legati ai rialzi del prezzo del petrolio. Di tutto questo ragioneranno ministri e tecnici del governo, in attesa che una vera e propria task force si attivi per studiare le possibili contromisure.
Temendo nuove contrazioni nell’importazione di gas e Gnl, intanto, Meloni si attrezza. Oltre a un imminente viaggio in Azerbaigian, necessario per rafforzare l’importazione lungo il Tap, la premier studia le altre due opzioni sul tavolo: aumentare gli acquisti di Gnl dagli Usa e cercare di incrementare quelli dalla Libia, resi sempre incerti dall’instabilità cronica di quella regione.