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Mereghetti: “Sul film su Regeni ho visto snobismo populista. Impossibile lavorare”

Paolo Mereghetti (ansa)

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“Nella scorsa tornata avevamo fatto un lavoro discreto, finanziammo Le città di pianura leggendo solo la sceneggiatura”
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MILANO – Il critico cinematografico Paolo Mereghetti, 76 anni, è una specie di istituzione del settore e non ha bisogno di altre presentazioni. Ieri mattina, con “effetto immediato”, ha rassegnato le dimissioni dalla commissione ministeriale per i contributi selettivi di cui faceva parte dal settembre 2024. Il suo era il nome più prestigioso tra i prescelti e anche lo story editor e docente universitario Massimo Galimberti ha fatto la stessa scelta. La vicenda dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni (Giulio Regeni, tutto il male del mondo di Simone Manetti) non è l’unica decisione che lo ha visto totalmente contrario.

Perché questa decisione?

«Non condivido alcune scelte fatte da altre sottocommissioni. Mi sembrava perciò corretto e coerente sottolineare, con un gesto del genere, il fatto che non mi andava questo modo, questo approccio».

Su Regeni lei non ha potuto dire la sua.

«No, perché a questo giro sono finito in una sottocommissione abbastanza inutile, che si occupa de…

MILANO – Il critico cinematografico Paolo Mereghetti, 76 anni, è una specie di istituzione del settore e non ha bisogno di altre presentazioni. Ieri mattina, con “effetto immediato”, ha rassegnato le dimissioni dalla commissione ministeriale per i contributi selettivi di cui faceva parte dal settembre 2024. Il suo era il nome più prestigioso tra i prescelti e anche lo story editor e docente universitario Massimo Galimberti ha fatto la stessa scelta. La vicenda dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni (Giulio Regeni, tutto il male del mondo di Simone Manetti) non è l’unica decisione che lo ha visto totalmente contrario.

Perché questa decisione?

«Non condivido alcune scelte fatte da altre sottocommissioni. Mi sembrava perciò corretto e coerente sottolineare, con un gesto del genere, il fatto che non mi andava questo modo, questo approccio».

Su Regeni lei non ha potuto dire la sua.

«No, perché a questo giro sono finito in una sottocommissione abbastanza inutile, che si occupa delle sceneggiature per il grande e il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi. Nella scorsa tornata invece avevamo fatto un lavoro discreto, finanziammo ad esempio Le città di pianura senza neanche aver visto il film ma leggendo la sceneggiatura, che ci aveva colpito molto».

Dopo la sua comunicazione qualcuno dal Ministero si è fatto vivo?

«No nessuno, mi sono sentito con Galimberti, l’altro dimissionario. Ci siamo detti che ci sembrava che non ci fosse più spazio per fare le cose, ognuno di noi aveva cercato di difendere opere per le quali sul piano cinematografico valeva la pena. Peccato anche perché siamo stati separati, per così dire, quando è arrivato il nuovo direttore generale, Giorgio Carlo Brugnoni».

Fu una scelta precisa anche quella?

«Questo non lo so, ma so che nella prima commissione il lavoro era stato proficuo».

Come si spiega il no al contributo del documentario su Regeni?

«Guardi, si fa fatica a capire una cosa del genere, perché vedendolo non è un prodotto di destra o di sinistra. Il film ricostruisce le fasi del processo e fa vedere i tentativi dell’Egitto per ingannare gli investigatori. Non è un film “comunista”, tanto per essere chiari».

Ma la memoria di Giulio Regeni rimane comunque un tema simbolo che la destra considera “di sinistra”.

«Sì, un certo snobismo populista ha finito per condizionare questa e altre scelte. Sono stati bocciati i film di Albanese, o quello di Andò su Scianna, un fotografo che è simbolo dell’eleganza, della bellezza, un vanto dell’Italia. Mi viene il dubbio che ci sia soltanto un’idea dietro, una voglia di punire un certo tipo di intellettuali. Ma non ho lo prove».

Di sicuro si tratta di una figuraccia.

«Non ne esce bene nessuno, no».

Se il ministro Alessandro Giuli la chiamasse cosa gli direbbe?

«Io ricordo che quando era stato nominato dopo Gennaro Sangiuliano, nel primo discorso mi aveva citato come persona meritevole di grande rispetto e la cui nomina dimostrava che le scelte fatte non erano state faziose. Ora non so cosa dire».

Qual è il suo bilancio dopo questo anno e mezzo di lavoro al ministero della Cultura?

«Sono sereno per quello che ho fatto e abbiamo fatto, pur con qualche tensione perché è normale che persone diverse con idee diverse si confrontino, mi sembra che abbiamo lavorato in maniera civile, bisogna trovare sempre un equilibrio. Poi adesso avevo a che fare con temi marginali».

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