Dai macchinari al lusso, lo stallo nel Golfo congela l’industria italiana
di Filippo SantelliUna nave in navigazione nel Golfo Persico, vicino allo stretto di Hormuz
(reuters)ROMA – Il primo impatto, il più diretto, è sull’export. Lo stanno subendo tutti quei settori, a cominciare da lusso ed alimentari, per cui i Paesi del Golfo rappresentano un mercato importante e in costante crescita. Il secondo è quello su prezzi e disponibilità delle materie prime, gas, petrolio e derivati, ma anche alluminio, di cui il Medio Oriente è un produttore chiave. E poi ce n’è un terzo, indiretto ma non meno concreto, anzi il più temuto dal made in Italy: il fattore incertezza, che congela ordini, investimenti e consumi, proiettando un’ombra indefinita quanto la durata del conflitto. Non risparmia nessuno: a marzo l’indice Pmi che misura la fiducia nel settore dei servizi (negozi, ristorazione, turismo) è crollato da 52,3 a 48,8 punti, il tonfo peggiore da un anno, sotto la soglia di 50 che separa espansione e contrazione. E potrebbe essere solo l’inizio.
Fino a ieri il Golfo era una geografia importante per la resilienza dell’export italiano, anche in un mondo di dazi…
ROMA – Il primo impatto, il più diretto, è sull’export. Lo stanno subendo tutti quei settori, a cominciare da lusso ed alimentari, per cui i Paesi del Golfo rappresentano un mercato importante e in costante crescita. Il secondo è quello su prezzi e disponibilità delle materie prime, gas, petrolio e derivati, ma anche alluminio, di cui il Medio Oriente è un produttore chiave. E poi ce n’è un terzo, indiretto ma non meno concreto, anzi il più temuto dal made in Italy: il fattore incertezza, che congela ordini, investimenti e consumi, proiettando un’ombra indefinita quanto la durata del conflitto. Non risparmia nessuno: a marzo l’indice Pmi che misura la fiducia nel settore dei servizi (negozi, ristorazione, turismo) è crollato da 52,3 a 48,8 punti, il tonfo peggiore da un anno, sotto la soglia di 50 che separa espansione e contrazione. E potrebbe essere solo l’inizio.
Fino a ieri il Golfo era una geografia importante per la resilienza dell’export italiano, anche in un mondo di dazi americani e recessione tedesca. Tra il 2019 e il 2025 le vendite negli otto Paesi dell’area erano cresciute del 76% a quota 22 miliardi di euro, quelle in Arabia ed Emirati – i principali – addirittura raddoppiate. I settori? Come ovunque nel mondo guidano i macchinari, in particolare quelli per i grandi cantieri infrastrutturali ed edilizi dei petromonarchi. Subito dopo tessile e pelletteria, a ruba nei mall popolati residenti e turisti facoltosi, ma oggi vuoti. «Il Medio Oriente è uno dei mercati più strategici per il lusso globale, con un tasso di crescita tra i più alti del nostro comparto», dice Stefania Lazzaroni, direttrice generale di Altagamma. «Con la guerra si è chiuso e saranno da valutare le conseguenze di un conflitto prolungato».
Paradossalmente, visto che parliamo di un’area da sempre identificata con gli idrocarburi, finora gli effetti sulle quotazioni di gas e petrolio – e a cascata sui prezzi dell’elettricità – non sono catastrofici, specie se paragonati ai picchi toccati dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Si sa però che un prolungamento del conflitto potrebbe aprire scenari assai più dolorosi, specie considerato l’extra che le nostre imprese già pagano in bolletta rispetto ai concorrenti stranieri. Mentre sui prodotti raffinati come i carburanti per il trasporto, e relativi costi, così come su alcune materie prime come i fertilizzanti o l’alluminio – input chiave per tante industrie, compresa la farmaceutica – i rincari sono già esorbitanti e la continuità delle forniture in dubbio. Ieri le associazioni imprenditoriali piemontesi hanno detto che costi del genere non si possono assorbire e, in assenza di sostegni, «una riduzione dei consumi e della produzione sarà inevitabile».
Le nostre imprese arrivano a questa nuova sfida in salute, possono reggere uno shock temporaneo. Ma per ogni giorno in più di conflitto l’impatto si fa più profondo. «Questo doveva essere l’anno in cui le economie italiana ed europea riprendevano quota, in cui risalivano consumi e investimenti, ma l’incertezza torna ad essere il fattore dominante», dice Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria. Pochi settori vedono avanti come quello dei macchinari industriali, fiore all’occhiello del made in Italy, perché il suo portafoglio ordini riflette l’attitudine di tutte le altre imprese ad investire: «Siamo in una caotica impasse», dice il presidente di Ucimu, l’associazione del comparto, Riccardo Rosa. «Le nostre aziende vedono i costi aumentare e non sanno che prezzi applicare, mentre i clienti attendono per vedere come evolve la situazione». Incognite che si aggiungono ai noti problemi degli incentivi agli investimenti di Transizione 5.0, il blocco dei vecchi e i ritardi dei nuovi. «Perché gli ordini ripartano abbiamo bisogno di entrambe le spinte, quella interna e quella estera, ma al momento nessuno può fare previsioni».