✕

La rabbia della premier e i sospetti su un atto deliberato contro l’Unifil: “Hanno davvero esagerato”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (ansa)

Ascolta l'audio

La ricostruzione di Roma: preso di mira un veicolo fermo. Oggi in aula critiche a Netanyahu. E su Trump: non siamo supini
2 minuti di lettura

ROMA – C’è una ricostruzione che fa infuriare Giorgia Meloni. È il racconto che le fonti militari consegnano all’esecutivo poco dopo pranzo, lasciando attoniti anche Guido Crosetto e Antonio Tajani. Il resoconto riferisce nel dettaglio l’attacco ai soldati italiani di Unifil. La scena è agghiacciante. Eccola: c’è la colonna che prova a raggiungere l’aeroporto di Beirut, l’incrocio con un posto di blocco dell’Idf, il fuoco di avvertimento. Poi, ed è questo l’elemento che cambia il quadro e sconvolge Roma, vengono esplosi colpi diretti verso i mezzi italiani, che vengono danneggiati. Nessun movimento sospetto a giustificare l’accaduto, perché i blindati sono immobili, esposti all’attacco. Null’altro a spiegare l’atto ostile, visto che la sera prima era stato l’esercito israeliano a dare il via libera allo spostamento della colonna, né alcun contrordine era stato nel frattempo emanato.

Di fatto, un attacco deliberato e ingiustificato, che va ben oltre i colpi di avvertimento. La pre…

ROMA – C’è una ricostruzione che fa infuriare Giorgia Meloni. È il racconto che le fonti militari consegnano all’esecutivo poco dopo pranzo, lasciando attoniti anche Guido Crosetto e Antonio Tajani. Il resoconto riferisce nel dettaglio l’attacco ai soldati italiani di Unifil. La scena è agghiacciante. Eccola: c’è la colonna che prova a raggiungere l’aeroporto di Beirut, l’incrocio con un posto di blocco dell’Idf, il fuoco di avvertimento. Poi, ed è questo l’elemento che cambia il quadro e sconvolge Roma, vengono esplosi colpi diretti verso i mezzi italiani, che vengono danneggiati. Nessun movimento sospetto a giustificare l’accaduto, perché i blindati sono immobili, esposti all’attacco. Null’altro a spiegare l’atto ostile, visto che la sera prima era stato l’esercito israeliano a dare il via libera allo spostamento della colonna, né alcun contrordine era stato nel frattempo emanato.

Di fatto, un attacco deliberato e ingiustificato, che va ben oltre i colpi di avvertimento. La presidente del Consiglio decide subito di reagire. Chiede a Tajani di convocare alla Farnesina l’ambasciatore israeliano, affidando il colloquio alla direttrice generale per gli affari politici e di sicurezza, Cecilia Piccioni. Tocca a lei lamentarsi, a sera, con il diplomatico che rappresenta il governo di Benjamin Netanyahu. Ma non basta. A Palazzo Chigi e alla Difesa l’irritazione supera il livello di guardia. Fonti di massimo livello riferiscono anche di un altro pesante episodio, risalente alla scorsa settimana. C’è di nuovo un mezzo italiano. Ed è sempre l’Idf a impedirne la circolazione. Un primo divieto, poi un secondo. Infine un terzo tentativo, questo invece autorizzato, ma comunque reso inefficace da un successivo posto di blocco, sempre gestito dall’esercito israeliano.

Ecco spiegata la rabbia di Meloni. A sera, riferiscono di parole dure della premier contro Netanyahu. Di un fastidio diplomatico ormai ingestibile. È tutto troppo: anche per chi, come la leader, ha in passato coltivato relazioni solide con l’amico “Bibi”. Un malessere che si può provare a sintetizzare edulcorando il ragionamento, ma cercando comunque di trasmettere il senso del suo sfogo: «Adesso ha veramente esagerato».

Sono ore destabilizzanti. La presidente del Consiglio si tiene per gran parte della giornata lontana da Palazzo Chigi, chiusa a casa a limare il discorso in Parlamento. Segue però la cronaca, in rapido divenire: la soddisfazione per la tregua, il comunicato con gli europei (negoziato dal consigliere diplomatico FabrizIo Saggio) le speranze che vacillano, il rischio di un nuovo brusco precipitare degli eventi. Sulle montagne russe finisce ovviamente anche il discorso che deve pronunciare alle Camere, stravolto e poi stravolto ancora. Dalle critiche aspre a Donald Trump e Netanyahu, elaborate prima della tregua, ai concetti ammorbiditi dopo l’accordo nella notte tra Washington e Teheran, fino al drammatico pomeriggio di ieri.

Il rischio è che in Parlamento le opposizioni attacchino dove Meloni è più fragile: il rapporto con il tycoon, l’antico sodalizio con Netanyahu. Fin dall’ultima fase dell’offensiva a Gaza, d’altra parte, Palazzo Chigi prova a smarcarsi dalle azioni israeliane, senza però riguadagnare consenso nell’opinione pubblica.

Tornerà a criticare il premier israeliano oggi, dunque. Chiedendo a Israele di rispettare gli sforzi del governo libanese per affrancarsi da Hezbollah. Di smetterla con gli attacchi indiscriminati. E, soprattutto, di non mettere a repentaglio i militari italiani. Su Trump, invece, alternerà punte aspre ad aperture: è importante lavorare all’unità transatlantica, ma anche evitare azioni unilaterali fuori dalla cornice del diritto internazionale. E soprattutto, giurerà di non essere supinamente al traino della Casa Bianca, ma di aver mostrato — dal caso Groenlandia ai dazi e Sigonella — la propria autonomia.

Leggi i commenti