BUDAPEST – Al più tardi dall’inizio della guerra senza bussola in Iran, Donald Trump è diventato motivo di crescente imbarazzo per le estreme destre europee. Dai francesi di Rassemblement national ai tedeschi dell’Afd ai britannici di Reform, tutti hanno espresso critiche al presidente americano per la sua febbre imperialista. E c’è da chiedersi quanto si sia sentita lusingata ieri Giorgia Meloni dalle parole dell’inviato della Casa Bianca in Ungheria, JD Vance.
Il vicepresidente americano era in visita a una delle fondazioni più rinomate della galassia sovranista globale, il Mathias Corvinus Collegium di Budapest. E si è dichiarato «deluso» da «gran parte» della classe politica europea: «Non sembra particolarmente …
BUDAPEST – Al più tardi dall’inizio della guerra senza bussola in Iran, Donald Trump è diventato motivo di crescente imbarazzo per le estreme destre europee. Dai francesi di Rassemblement national ai tedeschi dell’Afd ai britannici di Reform, tutti hanno espresso critiche al presidente americano per la sua febbre imperialista. E c’è da chiedersi quanto si sia sentita lusingata ieri Giorgia Meloni dalle parole dell’inviato della Casa Bianca in Ungheria, JD Vance.
Il vicepresidente americano era in visita a una delle fondazioni più rinomate della galassia sovranista globale, il Mathias Corvinus Collegium di Budapest. E si è dichiarato «deluso» da «gran parte» della classe politica europea: «Non sembra particolarmente interessata a risolvere» la guerra in Ucraina. Il falco dell’amministrazione Trump si è lanciato poi in un accostamento poco gradevole, per la premier italiana. Gli Stati Uniti, ha scandito davanti a una schiera di aspiranti patrioti, hanno «ricevuto molto aiuto da alcuni dei nostri amici» per comprendere meglio il conflitto contro Kiev: soprattutto da Giorgia Meloni e Viktor Orbán, ha aggiunto. È superfluo ricordare che l’autocrate magiaro è percepito da quattro anni come il cavallo di Troia degli interessi del Cremlino in Europa. E gli Usa, da un anno a questa parte, hanno sempre ascoltato molto più le ragioni di Putin rispetto a quelle di Zelensky. Mentre in tutte le cancellerie europee la premier italiana è considerata finora un bastione in difesa degli interessi di Kiev.
Peraltro, dopo che Trump aveva strombazzato in campagna elettorale che avrebbe risolto il conflitto in Ucraina «in 24 ore», anche Vance è stato costretto ad ammettere che è la guerra «più difficile da risolvere». L’ennesima occasione, per un esponente del governo Maga, per rinnovare le critiche ai leader europei, rei di «non fare abbastanza». Vance ha anche bollato come «scandalose» le critiche di Zelensky a al premier ungherese: il presidente ucraino si era spinto sino a a minacciare personalmente Orbán dopo il blocco dei 90 miliardi di euro di aiuti a Kiev approvati a dicembre dal Consiglio europeo e congelati successivamente da Budapest.
Ma intanto a Budapest la febbre elettorale è stata alimentata ieri da un paio di notizie clamorose. La prima è che l’istituto Median, valutando cinque sondaggi condotti tra febbraio e marzo, ha pronosticato un’ampia vittoria per il rivale di Orban, Peter Magyar. Secondo l’indagine potrebbe conquistare due terzi dei seggi in Parlamento. Ma l’atmosfera generale da impero al tramonto sta facendo emergere una serie di scandali senza precedenti: ieri è trapelato un nuovo audio che incastra il ministro degli Esteri Peter Szijjarto: avrebbe offerto alla Russia di trasmettere un documento sullo stato di avanzamento dell’Ucraina nel processo di adesione alla Ue.
In quest’atmosfera di tracollo generale abbiamo incontrato in un caffè di Budapest l’economista Bence Balogh, che dopo dodici anni di consulenze in vari ministeri, ha deciso di licenziarsi dal think tank vicino al governo per il quale lavorava fino a poco tempo fa, Századvég. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per lo studioso che parla di stime economiche massaggiate — «diciamo che tanti dettagli delle analisi venivano omessi e le previsioni risultavano sempre molto ottimistiche: in linea con quelle del governo» — è stato quando gli hanno chiesto di valutare una fake news, un presunto programma elettorale di Peter Magyar «che era chiaramente scritto con l’intelligenza artificiale». Nel momento in cui gli hanno chiesto di apporre la firma sulla sua “analisi”, Balogh ha preferito rassegnare le dimissioni. Ha sempre dovuto nascondere le sue simpatie politiche, ma ora confida nel fatto che domenica vinca Magyar. E che l’Ungheria possa finalmente liberarsi dalla morsa feudalistica di Viktor Orbán.