Il melonismo si prepara alla battaglia finale. Se serviva il sigillo, eccolo: Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del ministero della Cultura ed emanazione purissima di Giovanbattista Fazzolari, si appresta a diventare sottosegretario del dicastero guidato da Alessandro Giuli. A sorpresa, sostituirà Gianmarco Mazzi, diventato nel frattempo ministro del Turismo. Ma soprattutto, lancerà al mondo esterno a Palazzo Chigi un segnale: con noi, o contro di noi. Con Giorgia Meloni, o contro. Per affrontare l’ultima tormentata fase della legislatura. Perché Merlino è fedelissimo del sottosegretario alla presidenza. E, da anni, “vigilante” potentissimo e silenzioso di tutto ciò che transita dal Mic. Un terminale chiamato a registrare in nome e per conto di palazzo Chigi ogni sospiro di quello che fu il regno di Gennaro Sangiuliano.
Proprio dalle settimane infernali che portarono alle dimissioni dell’ex direttore del Tg2 bisogna ripartire, per spiegare questa promozione che — si appr…
Il melonismo si prepara alla battaglia finale. Se serviva il sigillo, eccolo: Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del ministero della Cultura ed emanazione purissima di Giovanbattista Fazzolari, si appresta a diventare sottosegretario del dicastero guidato da Alessandro Giuli. A sorpresa, sostituirà Gianmarco Mazzi, diventato nel frattempo ministro del Turismo. Ma soprattutto, lancerà al mondo esterno a Palazzo Chigi un segnale: con noi, o contro di noi. Con Giorgia Meloni, o contro. Per affrontare l’ultima tormentata fase della legislatura. Perché Merlino è fedelissimo del sottosegretario alla presidenza. E, da anni, “vigilante” potentissimo e silenzioso di tutto ciò che transita dal Mic. Un terminale chiamato a registrare in nome e per conto di palazzo Chigi ogni sospiro di quello che fu il regno di Gennaro Sangiuliano.
Proprio dalle settimane infernali che portarono alle dimissioni dell’ex direttore del Tg2 bisogna ripartire, per spiegare questa promozione che — si apprende da fonti di massimo livello — è stata decisa ovviamente da Fazzolari (che gode di delega piena della premier) e ha ricevuto il via libera di Giuli. Merlino, in quella tempesta, rischiò a sua volta il posto: incaricato da palazzo Chigi di controllare il ministero, aveva fallito nella missione di evitare che lo scandalo entrasse nel palazzo. Si salvò, gestendo in qualche modo la transizione e l’era di Giuli.
Di Merlino i giornali hanno scritto in passato. Ricordando il suo peso al ministero, ma anche un’altra circostanza: l’essere figlio di Mario Merlino (scomparso a febbraio), esponente di Avanguardia nazionale e poi fondatore del circolo anarchico XXII Marzo in cui militava Pietro Valpreda. Di fatto, il cuore delle prime istruttorie sulla strage di Piazza Fontana. Ai tempi, il padre fu indicato come un neofascista infiltrato e una sorta di agente provocatore: è stato condannato per associazione per delinquere nelle prime due sentenze per l’eccidio e poi assolto con formula definitiva.
Merlino è, come detto, fazzolarismo allo stato puro: nella scorsa legislatura sedeva nell’ufficio studi di FdI, inventato dal sottosegretario per la propaganda del partito, assieme ad altri due fedelissimi, Francesco Filini e Sara Kelany. Ed è, come segnalato su Repubblica da Gianluca Di Feo, lo stratega del kulturkampf di Giorgia Meloni. Un lavoro culminato in un documento intitolato “Controegemonia”, in cui tra l’altro si teorizzava: «Possiamo continuare a subire passivamente gli insulti dei grandi intellettuali di sinistra e le loro esternazioni sui giornali e in tv? FdI è in crescita, perché rappresenta le idee degli italiani». Risuona?
Il segnale è chiaro, diretto al partito e agli alleati. Un altro mattone del fortino che la premier e il suo braccio destro stanno costruendo in vista delle prossime elezioni (diventando sottosegretario, l’attuale capo segreteria opziona anche una candidatura alle politiche). Una tattica che ha portato Mazzi al Turismo ed estromesso dall’esecutivo Daniela Santanché e Andrea Delmastro. Merlino fa parte del pacchetto di nomine che avrebbe dovuto condurre il berlusconiano Paolo Barelli sulla poltrona di sottosegretario al ministero del Made in Italy e imprese, con delega all’energia. Il fedelissimo di Antonio Tajani potrebbe però rinunciare, per non lasciare la presidenza di Federnuoto, che non intende mollare. Né sembra bastare un cavillo che avrebbe potuto garantire il doppio incarico: manca la condizione necessaria, vale a dire che sul bilancio della federazione i fondi pubblici non pesino più del 50%. L’altra ipotesi è una staffetta alla commissione di vigilanza sull’analisi tributaria: la presiederebbe Barelli, mentre l’attuale vertice, Maurizio Casasco, diventerebbe sottosegretario.