I figli maggiori di Berlusconi guardano avanti e oltre. Il problema non è il nome del capogruppo di Forza Italia alla Camera, a questo punto chiunque andrà bene purché non sia Paolo Barelli, simbolo di una stagione passata. «Starà al segretario Tajani individuare il migliore, quello che possa ottenere la maggioranza dei voti nel gruppo», fanno sapere diplomaticamente fonti vicine alla famiglia. Il problema non sono nemmeno più i congressi locali, visto che Tajani ha accettato l’invito a scalare marcia, rinviando quelli più “problematici”, quelli che rischiavano di vedere la minoranza asfaltata dalle truppe cammellate del segretario. Un calendario diverso che riguarda anche il congresso nazionale, a questo punto da rinviare alla prossima legislatura. Il problema vero è la prospettiva politica, perché i Berlusconi hanno deciso che è arrivata l’ora di rimettere Forza Italia al centro.
Con poco più di un anno alla fine della legislatura, Marina e Pier Silvio sono sempre più convinti che s…
I figli maggiori di Berlusconi guardano avanti e oltre. Il problema non è il nome del capogruppo di Forza Italia alla Camera, a questo punto chiunque andrà bene purché non sia Paolo Barelli, simbolo di una stagione passata. «Starà al segretario Tajani individuare il migliore, quello che possa ottenere la maggioranza dei voti nel gruppo», fanno sapere diplomaticamente fonti vicine alla famiglia. Il problema non sono nemmeno più i congressi locali, visto che Tajani ha accettato l’invito a scalare marcia, rinviando quelli più “problematici”, quelli che rischiavano di vedere la minoranza asfaltata dalle truppe cammellate del segretario. Un calendario diverso che riguarda anche il congresso nazionale, a questo punto da rinviare alla prossima legislatura. Il problema vero è la prospettiva politica, perché i Berlusconi hanno deciso che è arrivata l’ora di rimettere Forza Italia al centro.
Con poco più di un anno alla fine della legislatura, Marina e Pier Silvio sono sempre più convinti che sia indispensabile riacquistare uno spazio di manovra che l’attuale partito non ha più. A sentire una persona che ha ascoltato i ragionamenti che si fanno a Cologno Monzese, l’idea è questa: il centrosinistra è rientrato in partita e l’esito delle prossime elezioni è aperto. «Ma se anche il campo largo riuscisse a battere Meloni, quanto potrà durare con forze così diverse? A quel punto sarà utile avere uno strumento che possa dialogare con tutti, nel caso fosse necessario formare una nuova maggioranza». I segnali di questi mesi vanno tutti nella stessa direzione, con le esternazioni dei due fratelli sull’Europa unita, contro il trumpismo, sui diritti civili, il garantismo e le liberalizzazioni. Disegnano l’identikit di una forza politica moderata in grado di dialogare con centrosinistra. Ma, visto che le idee camminano sulle gambe delle persone, non bastano le interviste o le lettere ai giornali, serviva anche cambiare alcune facce, quelle più esposte nella stagione del melonismo. E servirà anche una accorta regia nella formazione delle prossime liste elettorali, sulle quali i Berlusconi eserciteranno una ferma vigilanza.
È quello che in Forza Italia i fedelissimi della famiglia chiamano il “modulo tedesco”, prefigurando la possibilità di una coalizione europeista nella prossima legislatura, come quella che sorregge il governo del cancelliere Friedrich Merz, con dentro i socialdemocratici. «Con Tajani c’è stata una ricomposizione, con l’idea che traghetti il partito nella prossima fase. Poi, dopo le elezioni, si farà il congresso nazionale e si sceglierà un altro leader».
Questa pista tedesca naturalmente si intreccia con l’interesse dei Berlusconi e delle loro aziende, che sarebbero meglio tutelate nel caso di una futura maggioranza con dentro Forza Italia. È la stessa logica che ha portato qualche settimana fa Pier Silvio Berlusconi a volare a Berlino per un faccia a faccia con il ministro della cultura Wolfram Weimar, dal quale ha ricevuto il benestare per il controllo totalitario di ProSiebenSat, il colosso televisivo tedesco di cui Mfe ha acquistato – dopo sette anni di fidanzamento – il 75 per cento delle azioni. Per una famiglia che aspira alla creazione di un grande polo europeo dei media, la situazione migliore è non schiacciarsi sui sovranisti, soprattutto in un momento in cui il pendolo della politica potrebbe oscillare dalla parte opposta. Non è certo un caso che, all’incontro di ieri, oltre ai due fratelli e a Gianni Letta, abbia preso parte anche Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest da dieci anni. Una presenza curiosa per un summit dedicato a questioni interne di partito. Questa strategia naturalmente è osservata con crescente fastidio da palazzo Chigi, anzi l’ostentato protagonismo di Marina Berlusconi - che ha “convocato” in azienda il ministro degli esteri e vicepremier del suo governo – non è piaciuto affatto a Giorgia Meloni.
Uno che conosce bene le dinamiche di Forza Italia come Elio Vito - ci ha scritto di recente anche un libro di memorie (Quel che so di loro, trent’anni di un radicale in Forza Italia) - vede in tutto questo rivolgimento una prospettiva allettante per lo stesso Tajani. «Se è vero che ancora coltiva ambizioni quirinalizie, potrebbe giocarsela meglio con questo schema, piuttosto che restare impiombato sotto l’ala di Meloni».