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Il partito tricolore dell’autocrate che lo acclamò da Pontida a Atreju

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La campagna ungherese del capo leghista e il video spot della presidente del Consiglio. Vannacci solo l’ultimo degli sponsor
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Con Viktor Orbán gli incontri di Matteo Salvini sono sempre «affettuosi», «siamo in totale sintonia su tutto», ammise il leader della Lega nel settembre di due anni fa, dopo l’ennesimo abbraccio. E del resto il vicepremier lo scorso 23 marzo è volato a Budapest per fare campagna elettorale per l’autocrate ungherese. Ma anche Giorgia Meloni fino all’altro giorno è stata orbanianissima. Ha fatto un video di sostegno, ancora a gennaio, insieme a Salvini, Netanyahu, Alice Weidel della Afd, Marine Le Pen e Santiago Abascal di Vox. Orbán l’ha chiamata per una vita «una sorella», e l’ha accolta col baciamano. E quindi la sconfitta di Orbán è anche la sconfitta dei sovranisti di casa nostra. Il partito degli Orbán d’Italia.

Va detto che Fratelli d’Italia non ha voluto spendersi direttamente nella campagna elettorale. Nello sprint finale i meloniani si sono tenuti a distanza. Un po’ per calcolo (la sconfitta era nell’aria), e un po’ ha pesato l’entusiastico endorsement alla guerra di Trump e N…

Con Viktor Orbán gli incontri di Matteo Salvini sono sempre «affettuosi», «siamo in totale sintonia su tutto», ammise il leader della Lega nel settembre di due anni fa, dopo l’ennesimo abbraccio. E del resto il vicepremier lo scorso 23 marzo è volato a Budapest per fare campagna elettorale per l’autocrate ungherese. Ma anche Giorgia Meloni fino all’altro giorno è stata orbanianissima. Ha fatto un video di sostegno, ancora a gennaio, insieme a Salvini, Netanyahu, Alice Weidel della Afd, Marine Le Pen e Santiago Abascal di Vox. Orbán l’ha chiamata per una vita «una sorella», e l’ha accolta col baciamano. E quindi la sconfitta di Orbán è anche la sconfitta dei sovranisti di casa nostra. Il partito degli Orbán d’Italia.

Va detto che Fratelli d’Italia non ha voluto spendersi direttamente nella campagna elettorale. Nello sprint finale i meloniani si sono tenuti a distanza. Un po’ per calcolo (la sconfitta era nell’aria), e un po’ ha pesato l’entusiastico endorsement alla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran. Ma per tutti questi anni — Orbán era salito al potere nel 2010 — l’Ungheria è stato «un Paese modello». Sia Salvini che Meloni hanno ospitato «Viktor» alle rispettive feste di partito, a Pontida e Atreju, tributandogli gli onori che si riservano agli statisti. Meloni aveva detto di voler importare in Italia le politiche di Orbàn sulla famiglia. «Meloni impara a espellere i clandestini», titolava Libero nel marzo 2018, quando corse a Budapest per consegnargli la tessera di Fratelli d’Italia al grido di «frontiere chiuse e radical chic in miniera!». Quando, l’anno dopo, Orbàn salì sul palco di Atreju la platea scattò in piedi sulle note di “Avanti, ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più a est”, la canzone contro l’occupazione sovietica dell’Ungheria. Meloni ha definito il premier ieri sconfitto «un patriota che difende la propria cultura, la propria identità, i propri cittadini e soprattutto i propri confini».

La Lega è rimasta fedele fino all’ultimo. «È una partita apertissima, punterei ancora su Orbán», ha detto l’altro giorno il capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, Paolo Borchia. «Sui sondaggi ho più di una perplessità». Del resto il legame con Matteo Salvini è sempre stato fraterno. Quando venne assolto in Cassazione per la Open Arms Orbán grondò entusiasmo su X, congratulandosi «con il mio caro amico patriota». Salvini una volta gli fece vedere il plastico del ponte sullo Stretto, e lo invitò pure all’avvio dei cantieri. Orbán lo chiamò «un guerriero a difesa dei confini nazionali».

Il collante era l’euroscetticismo. La fascinazione per gli uomini forti. L’ostilità verso stranieri e persone Lgbt. Il pugno duro contro giudici e giornalisti. Insofferenza verso i riti della democrazia. Le fortune di Orbán erano iniziate dipingendo il finanziere Soros come l’uomo nero: lo stesso bersaglio dell’ultradestra italiana. Quando arrivò a Pontida, nell’ottobre del 2024, Salvini radunò i giovani leghisti per invitarli ad accoglierlo degnamente: «C’è un presidente del Consiglio che parte da Budapest per essere qui!». Presto anche Roberto Vannacci si è aggiunto al coro: «L’esenzione per un anno delle sanzioni per l’acquisto di petrolio e gas russo ottenuta da Orbán dopo il suo colloquio alla Casa Bianca e l’ampio spettro di relazioni internazionali intessute dall’Ungheria sono la dimostrazione lampante del trionfo della sovranità nazionale», commentò il generale, ancora leghista, lo scorso novembre.

Finisce un’era. «Vorrei che l’Italia collaborasse con i Paesi del gruppo di Visegrad — Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia — che si adoperano per salvaguardare gli interessi nazionali dal pensiero unico e dall’omologazione che Bruxelles cerca di imporci», annunciò Meloni quando andò a trovare Orbán la prima volta. A quei tempi Salvini girava con il rosario. «Avanti, ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest».

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