ROMA – Tirato a lucido, elegante e sorridente con tutti, Giuseppe Conte sembra appena uscito dal primo Consiglio dei ministri del nuovo centrosinistra. Da presidente del Consiglio, naturalmente. Tempio di Adriano, si presenta il libro del leader M5S “Una nuova primavera” e il parterre dice molto dell’aria che tira: i parlamentari contiani sono costretti a restare in piedi perché le sedie sono tutte prese da direttori vari, dirigenti Rai, giornalisti a frotte. È uno di quegli eventi da cui si capisce molto anche prima che inizino.
Essendo un’autobiografia, si parte da lontano, con Giovanni Floris che gli fa rievocare gli inizi, il liceo a San Marco in Lamis, «perché a Volturara non c’era e dovevo raggiungerlo ogni mattina in pullman», l’amicizia con il cardinal Achille Silvestrini che gli fece capire «l’Ostpolitik», quel voto per la Dc «quando si era aperta a Pietro Scoppola», il voto per Pannella. I cronisti iniziano a guardare il soffitto, ma l’intervista alla fine plana sulla primar…
ROMA – Tirato a lucido, elegante e sorridente con tutti, Giuseppe Conte sembra appena uscito dal primo Consiglio dei ministri del nuovo centrosinistra. Da presidente del Consiglio, naturalmente. Tempio di Adriano, si presenta il libro del leader M5S “Una nuova primavera” e il parterre dice molto dell’aria che tira: i parlamentari contiani sono costretti a restare in piedi perché le sedie sono tutte prese da direttori vari, dirigenti Rai, giornalisti a frotte. È uno di quegli eventi da cui si capisce molto anche prima che inizino.
Essendo un’autobiografia, si parte da lontano, con Giovanni Floris che gli fa rievocare gli inizi, il liceo a San Marco in Lamis, «perché a Volturara non c’era e dovevo raggiungerlo ogni mattina in pullman», l’amicizia con il cardinal Achille Silvestrini che gli fece capire «l’Ostpolitik», quel voto per la Dc «quando si era aperta a Pietro Scoppola», il voto per Pannella. I cronisti iniziano a guardare il soffitto, ma l’intervista alla fine plana sulla primarie. E qui, attenzione, arriva la notizia.
Perché Giuseppe Conte, per la prima volta, spazza via ogni altra soluzione per la leadership che non siano le primarie, arrivando a vincolare la stessa alleanza all’organizzazione dei gazebo. Il ragionamento è semplice e procede per esclusioni. Scegliere il leader con il criterio del partito che ha preso più voti? Non va bene: «È un automatismo che funziona a destra, ma lì c’è una consuetudine di alleanza». Tutta diversa la situazione di quello che chiama «campo progressista», perché «da questo lato non c’è questa consuetudine. E anche sui territori il Movimento non fa mai alleanze organiche, tranne quando condivide il programma». Ergo, non resta che «concordare nero su bianco un programma e poi votare. In questa prospettiva ci saremo». Quanto alle regole, «che siano aperte a tutti, non devono essere primarie di partito, ma dare la possibilità di votare liberamente anche a chi non è iscritto». Sarebbe «un modo per dare sfogo a questa straordinaria partecipazione che abbiamo visto al referendum».
Conte scende poi sul timing, immaginando «anche prima dell’estate» un vertice per decidere insieme agli altri leader. E se Schlein non fosse d’accordo? L’ex premier sorride sornione: «Le primarie sono nella tradizione del Pd, mi sembrerebbe strano se qualcuno si ritraesse». Freddo, freddissimo sulla possibilità che la coalizione si affidi a Silvia Salis: «I papi stranieri si facciano avanti, a tempo debito li valuteremo». Per indorare la pillola, Conte — che si immagina vincitore — sostiene che le primarie devono servire a scegliere «non un capo supremo ma solo un attuatore del progetto condiviso». E che sarà mai? Lui nemmeno ci pensava a farle, poi qualcuno le ha proposte «e io ho detto “e va bene, facciamo queste primarie!”. Se poi dovesse vincerle Schlein, il M5S ci sarà, certo».
Una battuta la dedica infine a Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Ue per il Golfo, che sui social ha criticato un capitolo del libro che lo riguarda, con l’accusa di aver complottato con Mario Draghi per uccidere il Movimento. «Conte — scrive Di Maio — elenca ulteriori “congiurati”: Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e altri, rei di aver sostenuto il governo Draghi. Peccato che oggi quei “draghiani” siano tutti suoi alleati nel cosiddetto campo largo». Frecciatina di Conte: «Mi sorprende che con tutto quello che succede in Medioriente, Di Maio abbia avuto il tempo di leggersi la rassegna stampa di oggi».