Colosimo: “Su politica e clan dai partiti troppe omissioni. Delmastro? Deve spiegare”
di Giuliano Foschini«Non nascondere la polvere sotto il tappeto». Chiara Colosimo è la presidente della commissione Antimafia. È una dirigente di Fratelli d’Italia, da sempre vicinissima alla premier Giorgia Meloni, e — raccontano, anche se lei smentisce — avrebbe seguito nel «gabinetto di guerra» la vicenda di Andrea Delmastro e della società con la figlia del prestanome dei Senese, che ha portato alle dimissioni da sottosegretario l’avvocato della presidente del Consiglio. Non un dettaglio. Ieri la commissione Antimafia — mentre è tornata a occuparsi dell’inchiesta mafia-appalti legata alle stragi — ha deciso di aprire un dossier sui rapporti tra criminalità organizzata e politica, come la premier aveva chiesto. «Avevano detto che volevamo allargare la questione per non occuparci delle cose di casa nostra. E invece, per prima cosa, abbiamo deciso di convocare la procura di Roma e poi proprio Delmastro».
«Non nascondere la polvere sotto il tappeto». Chiara Colosimo è la presidente della commissione Antimafia. È una dirigente di Fratelli d’Italia, da sempre vicinissima alla premier Giorgia Meloni, e — raccontano, anche se lei smentisce — avrebbe seguito nel «gabinetto di guerra» la vicenda di Andrea Delmastro e della società con la figlia del prestanome dei Senese, che ha portato alle dimissioni da sottosegretario l’avvocato della presidente del Consiglio. Non un dettaglio. Ieri la commissione Antimafia — mentre è tornata a occuparsi dell’inchiesta mafia-appalti legata alle stragi — ha deciso di aprire un dossier sui rapporti tra criminalità organizzata e politica, come la premier aveva chiesto. «Avevano detto che volevamo allargare la questione per non occuparci delle cose di casa nostra. E invece, per prima cosa, abbiamo deciso di convocare la procura di Roma e poi proprio Delmastro».
È successa una cosa grave, presidente.
«Non è una novità che la commissione si occupi di questi temi. La novità è che oggi si chiede un quadro complessivo, non il singolo caso. E a questa richiesta bisogna rispondere in modo corale, aprendo a un’indagine a 360 gradi su tutto ciò che negli ultimi anni ha riguardato le infiltrazioni nelle istituzioni».
Non crede si parli troppo poco di mafia?
«Vero. La politica è stata afona e ogni volta che si solleva il tema si viene accusati di essere manettari o di fare polemica. Ma oggi non si può più far finta di nulla. Proprio perché non c’è più la mafia stragista, c’è una mafia che si infiltra, che lavora in modo diverso. E in alcuni territori parlare di infiltrazione è persino un termine morbido, perché siamo oltre. Ci sono Comuni che sono di fatto amministrati dai clan e questo è evidente per chi legge le carte delle indagini. Eppure, quando stiliamo gli elenchi degli impresentabili a ogni elezione, si arrabbiano tutti con i partiti che dicono: “Non lo sapevamo”. Allora la domanda è: com’è possibile che, se le trovo io, non le trovino gli amministratori di quel territorio? A volte basta davvero una ricerca su Google per avere un quadro. E questo ti dice che c’è una noncuranza del fenomeno impressionante».
Una ricerca su Google, presidente, sarebbe bastata anche a Delmastro.
«È vero. E, da presidente della Commissione — e non come compagna di partito — glielo chiederò: perché non ha fatto almeno le verifiche che andavano fatte? Intendiamoci: Andrea non è stato nemmeno indagato, ma parliamo — non solo in questo caso — di politica. Il “non lo sapevo” non può più essere una giustificazione. La politica deve porsi delle domande anche prima che arrivino i magistrati. Nessuno chiede di conoscere le indagini in corso, ma almeno avere il polso del territorio sì. Significa sapere chi hai davanti, da dove arriva, chi te lo manda. Questo è il minimo della responsabilità politica».
Non sapevate nemmeno chi fosse Gioacchino Amico, uomo dei Senese, entrato in Parlamento invitato da Fratelli d’Italia.
«Guardate, io sono molto netta: dobbiamo essere più duri degli altri. Ora, non è che si può chiedere la carta di identità a chi ti chiede un selfie ma devi sapere chi frequenti e chi fai entrare nel partito. Siamo una generazione che si richiama a Paolo Borsellino, lo abbiamo rivendicato tante volte e quindi non possiamo permetterci leggerezze. Se i nostri dirigenti hanno sbagliato, devono fare mea culpa, perché non è nelle nostre corde e non ce lo possiamo consentire. Però mi aspetto lo stesso atteggiamento da tutti i partiti. Se devo fare un’analisi, vedo che troppo spesso tutti si occupano dei casi che riguardano gli altri e non dei propri. E questo non fa bene alle istituzioni, perché mina la credibilità del lavoro che si fa. Succede che l’antimafia si indebolisce. È su questo che casca l’antimafia: sul fatto che la fai solo quando non ti riguarda. Invece deve valere sempre. L’antimafia o la fai sempre oppure non la fai».
Dopo il referendum, Fratelli d’Italia è entrato in forte contrasto con la magistratura.
«E questo mi dispiace. Dobbiamo recuperare: il mondo in cui io sono cresciuta non farebbe mai la guerra ai magistrati. E infatti non la facciamo: il dibattito sul referendum ci stava, anche io ho appoggiato il sì; il confronto con posizioni ragionevoli per il no — penso a quella del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo o al procuratore di Palermo Maurizio de Lucia — era fisiologico. Ma ora va recuperato il rapporto con tutti, nell’ottica della collaborazione tra poteri dello Stato. Serve alla lotta alla criminalità organizzata in un momento molto delicato».
Perché parla di momento delicato? C’è qualche trasformazione in corso?
«Abbiamo completamente tolto la mafia dalla narrazione pubblica. E così i ragazzi non ne conoscono più la ferocia, ma vedono soltanto il luccichio dei soldi. Questo sta creando una percezione distorta e pericolosa. La mafia oggi è più svelta, più furba, più avanti di noi anche nell’uso delle tecnologie e dei social. Sa comunicare, sa attrarre, e noi invece spesso non riusciamo nemmeno a raccontarla per quello che è. I partiti dovrebbero occuparsi di questo».